Esperimento social(e) 2 – Lupini e la croce sul ventre

 

Voglio scrivere una storia social(e).
Ogni 24 ore scriverò un capitolo di un racconto, se arriverò ad un tot di commenti o condivisioni, scriverò il capitolo successivo, altrimenti ricomincerò con una nuova storia.
Sta a voi scegliere se volete sapere come va avanti o no.

CAPITOLO 1

Si guardò allo specchio.
I capelli erano spettinati, il volto stanco ma sorridente.
Nel riflesso, la stanza era ancora più in disordine del normale.
I vestiti erano sparsi per il pavimento, gettati alla rinfusa nell’enfasi del momento.
E le gambe di lei facevano capolino da sotto le lenzuola.
“Mmmm… Che guardi?”
“Te. Sei bellissima.”
Si rigirò nel letto, sorridendo.
La recluta Francesco Lupini prese la camicia e iniziò a vestirsi.
“Piccola, io vado. Ci sentiamo dopo.”
Leandra mugugnò qualcosa e nascose la testa sotto il cuscino.
Erano passati 6 mesi da quando si trovava in Molise e quella vita iniziava a piacergli.

Elena Sofia Antonelli stava facendo il suo allenamento quotidiano.
Ogni giorno lo stesso abbigliamento.
Cuffie nelle orecchie, Foo Fighters a scandire la corsa e fascetta al polso per asciugare il sudore.
Ogni giorno lo stesso percorso.
Ogni giorno lo stesso tempo.
Ma non oggi.
La lama entrò talmente veloce da non lasciare scampo.
Solo gli occhi di Elena Sofia Antonelli si spalancarono, ma più per lo stupore che per il dolore.
E cadendo a terra riuscì solo a pensare che non avrebbe mai più battuto il suo record personale.

(altro…)

Esperimento social(e) 1 – La recluta e il Molise

Voglio fare un esperimento.
Voglio scrivere una storia social(e).
Ogni 24 ore scriverò un capitolo di un racconto, se arriverò ad un tot di commenti o condivisioni, scriverò il capitolo successivo, altrimenti ricomincerò con una nuova storia.
Sta a voi scegliere se volete sapoere come va avanti o no.

Da questo nasce la prima storia: La recluta Francesco Lupini a rapporto.

CAPITOLO 1

“Ma dove cazzo sono finito?”
Cartina alla mano, occhiali da sole calati sul naso e camicia completamente sudata, la recluta Francesco Lupini, si aggirava per strade a lui sconosciute.
Si accostò vedendo due signore sedute su delle sedie di paglia.
Spense il motore del pandino verde bottiglia, tirò fuori la testa dal finestrino a manovella e chiese: “scusate, per Roccamandolfi?”
Le signore si guardarono.
Guardarono la recluta Francesco Lupini.
Si guardarono di nuovo
Lupini guardò loro, si guardò da solo e attese.
Poi la signora più anziana delle due chiese a sua volta: “d chi s figl tu?”
Silenzio.
“Come scusi?”
“Mena me, d chi s figl tu?”
Silenzio.
La recluta Francesco Lupini fece un cenno di saluto con la testa, sorrise e si allontanò sgommando verso la strada davanti a lui.
Sul cartello semi nascosto da un grosso ramo di un albero non tagliato alle sue spalle c’era una scritta bianca:
Benvenuti in Molise.

CAPITOLO 2

Fermo sul ciglio di una strada di campagna, la recluta Francesco Lupini stava parlando al telefono con un suo superiore.
“Capitano, io sono arrivato qui a Roccamandolfi, ma non ho capito esattamente che devo fare”
La comunicazione era a singhiozzo.
“…aro. Non m… I…. zzo.”
“Capitano qui prende male, non la sento.”
“Lupini, a me hai già rotto il cazzo, sia ben chiaro.”
“Ora prende bene capitano”
“Ecco. Tu devi andare al lago di Letino, cercare il prete e farti spiegare cosa è successo”
“Ma se non lo sapete neanche voi cosa è successo.”
“Appunto per questo ci vai tu. Lupini sei un pirla.”
E attaccò.
La recluta Francesco Lupini si senti solo e infreddolito, pur facendo 40 gradi in quella calda estate.
La strada del paese era una sola, che arrivava fino al Castello in cima alla montagna.
Le case erano costruite talmente vicine che la panda verde bottiglia faticava a passare e la recluta Francesco Lupini dovette chiudere gli specchietti.
Arrivato nell’unico bed and breakfast del paese entro con il suo zaino in spalla e chiese della prenotazione a suo nome.
Il ragazzo che lo accolse lo guardò per bene dalla testa ai piedi e lapidario disse:
“Siete qui per il morto del lago, vero?”
“Morto?”

CAPITOLO 3

Don Giulio era l’ex prete di Letino.
Un giorno, durante la messa, salì sul pulpito e guardò i fedeli seduti.
E tra i fedeli seduti vide lei.
Più forte del richiamo della fede c’è solo la forza dell’amore.
E così in meno di tre mesi, Don Giulio tornò ad essere semplicemente Giulio.
E dopo nove mesi divenne padre Giulio, ma questa volta senza la tunica.
Ad oggi il paese di Letino non aveva ancora trovato un sostituto, ma all’epoca dei fatti Don Giulio sapeva tutto di tutti.
La recluta Francesco Lupini busso timidamente alla porta della casa vicino la chiesa.
Per tutta la notte aveva pensato a come chiamare l’ex prete.
Don era inappropriato. Padre sembrava una presa per il culo e poi gli faceva troppo padre Ralf.
“Avanti è aperto”
Fece qualche passo e si trovo davanti ad un bell’uomo abbronzato, alto, con una camicia bianca a maniche corte e un pantaloncino color cachi e soprattutto con un sorriso che apriva il cuore.
“Lei è Don Giulio?”
Cazzo!
“Eh…Ormai non più”
Ecco. Figura di merda.
“Mi scusi sa, non volevo”
“Non si preoccupi, si resta sempre un po’ preti. Ma si sieda. Vuole un caffè?”
“Si grazie, vorrei però anche sapere cosa è successo qui. Questo morto del lago”
“Certo. Immaginavo. Prima di tutto deve sapere che il lago qui sotto non è un vero lago, è artificiale. Ma soprattutto la particolarità è che è stato ricavato da un ex villaggio.”
“In che senso?”
“Che prima il lago era un paese, poi è stato abbandonato e trasformato in un lago. Ogni tanto lo svuotano completamente per fare manutenzione e si riescono a vedere i tetti delle case”
“Incredibile”
“Già… Ma la cosa più incredibile è che l’ultima volta che l’hanno svuotato, sulla cima del campanile hanno trovato il corpo di un uomo, trafitto dalla spada di San Michele”
“Ah.”

CAPITOLO 4

“Ecco il caffè”
Il tintinnio delle tazzine svegliò la recluta Francesco Lupini dal suo lieve stato di trance.
Immaginava questo corpo senza vita trafitto da una spada, in fondo ad un lago che ricopriva un paese abbandonato.
Per lui che aveva paura dei Goonies, questa sembrava una storia scritta da Stephen King.
Alzò il naso verso il profumo di espresso e vide una donna molto bella, non troppo alta, magra e con i lunghi capelli neri raccolti in alto.
E poi gli occhi.
Dio che occhi.
Uno sguardo che ti entrava nel cervello.
Ora capì cosa aveva spinto Giulio a non essere don.
“Piacere, Maura.”
“Piacere mio, recluta Francesco Lupini, al vostro servizio.”
“Quando ve ne andate?”
Ecco.
Dove aveva sbagliato, tanto da farsi cacciare dopo pochi secondi?
“Non si preoccupi” intervenne don Giulio, capendo lo stato di imbarazzo. “È un modo di dire di queste parti. Si chiede sempre quando si parte, per capire il tempo che si trascorrerà insieme”
“Ah. Capisco”
Anche se non capiva del tutto.
“Resterò il tempo di capire cosa sia successo qui, poi girerò tutto ai miei superiori. Si è capito di chi era il corpo?”
“Scusate, io tornò di la.”
“Oddio, sono stato inopportuno. Scusate.”
Poi si accorse di aver nominato Dio e di essere stato ancora più inopportuno.
“Non si preoccupi. Lui era Sandro Biondini, rampollo della famiglia Biondini, unico erede della ditta di trasporti e promesso sposo di Leandra Fiorenzo.”
La recluta Francesco Lupini si stava perdendo con i nomi.
“Comunque ho già chiesto al dottore, oggi pomeriggio la passo a prendere e andiamo a trovarlo”
“Chi? Dove?”
“Andiamo nel reparto di anatomia dove si trova il corpo del giovane Sandro, da lì partono di solito le indagini, no?”
Ok.
I problemi ora erano tre.
Il primo, come spiegare che lui di indagini non sapeva niente.
Il secondo, come nascondere il suo terrore del sangue. Lui che sveniva per un prelievo e quando doveva fare le analisi si sdraiata sul lettino con gli occhi ben stretti. E alla fine il dottore gli lasciava anche un leccalecca.
Il terzo, come non ridere pensando a Don Giulio come se fosse Don Matteo sulla bicicletta?
“Ci vediamo in piazza per le 16, va bene? Ora purtroppo devo lasciarla, si sta per svegliare il piccolo Michele.”

E ora come poteva fare?
Chiamò il suo capitano.
“Capitano. Dicono che devo andare a vedere il morto.”
“Lupini, che cazzo vuoi da me? Io sono in ferie, ok?”
“Si capitano, ma io che ci devo fare con il corpo?”
“Bacialo e vedi se su sveglia. Lupini, che cazzo ci vuoi fare? Vai, controlla, di a tutti che è morto suicidato e chiudi il caso. Sei un pirla.”
E attaccò.
E ora come poteva fare?

CAPITOLO 5

Verso le 15.45 la recluta Francesco Lupini salì le scale del vicolo che dal suo alloggio portavano alla piazza centrale.
Classica piazza quadrata.
Classica entrata del municipio.
Classico bar chiamato Bar Centrale.
Si era sempre domandato perché i bar dei paesi avessero tutti lo stesso nome. Forse era obbligatorio per il rilascio dei permessi.
O forse semplicemente non avevano voglia di pensare ad un nome complicato da ricordare.
I tavolini del bar erano quasi tutti vuoti, tranne un tavolo con tre signore che stavano discutendo animatamente.
Quando lo videro si fermarono e lo guardarono in malo modo.
La recluta Francesco Lupini si guardò intorno per capire se fosse stato colpa sua quel mutismo immediato.
C’era solo lui.
Si guardò il vestito.
Tutto a posto.
Arrossì violentemente.
Con una mossa veloce controllò che i pantaloni fossero chiusi.
Lo erano.
Tornò del suo colore normale.
Le signore intanto iniziarono a parlarsi sottovoce nell’orecchio, senza perderlo di vista.
Imbarazzato si avvicinò al bancone e ordinò un caffè.
“Le lasci stare, è che è nuovo”
“Chi?”
“Lei. È nuovo qui. Le voci corrono, la conoscono tutti.”
“E perché discutevano prima?”
“Fanno così tutti i giorni, litigano su chi deve pagare il conto”
“Capisco”
“Aspetta don Giulio?”
“Sapete addirittura questo?”
“No, ma è dietro di voi. E lui non viene mai a quest’ora in piazza”.
La recluta Francesco Lupini fece cenno all’ex prete.
“Questo lo offro io”
“Oh no, non esiste. Qui offro io”
E da fuori le tre signore avevano ricominciato la stessa discussione.
Forse era una prerogativa del paese, pensò la recluta Francesco Lupini.
Presero il caffè in silenzio.
“Andiamo o faremo tardi, il dottor Carsico ci sta aspettando”
Sperava di rimandare il più possibile quel momento.

Arrivarono al reparto di anatomia dove era tenuto il corpo del giovane Sandro Biondini, in fondo al corridoio c’era una porta a vetri con scritto: CELLE FRIGO.
Al solo leggerla la recluta Francesco Lupini si fece bianco cadaverico.
“Mi deve perdonare, mi sta chiamando mia moglie. Bussi li in fondo, il dottore la sta aspettando.”
“Ma… veramente…”
E don Giulio sparì con il telefono in mano.
Solo.
Davanti alle sue paure.
Che poteva fare?
Scappare mandando tutto a quel paese?
O proprio in quel paese dove lo avevano mandato doveva trovare il coraggio per crescere?
Fece un bel respiro.
Bussò.
La porta si aprì direttamente, evidentemente era accostata.
Sul tavolo c’era il corpo di un uomo, il torso nudo, con in dosso solo un lenzuolo bianco a coprire dalla vita in giù.
La recluta Francesco Lupini cercò di non vomitare e con voce timida chiese: “c’è nessuno?”
Il corpo sul tavolo si alzò di scatto urlando “ECCOMI!”
E la recluta Francesco Lupini cadde miseramente a terra.
Quando riaprì gli occhi vide le sue gambe in alto, sorrette dall’uomo che prima era nudo e sdraiato sul tavolo.
Stava per risvenire quando la voce di don Giulio lo confortò.
“Dovete scusarlo. Lui è il dottor Andrea Carsico, esperto forense e gran burlone.”
“Mi scusi, credevo che dalla città foste abituati a certi scherzi. Avreste dovuto vedere la vostra faccia.”
“Smettila Andrea, non è divertente.”
“Un po’ lo è stato. Mi scusi ancora. Sono il dottor Andrea Carsico. Sa, qui ci si annoia… da morire… ahahahah”.
E ridendo alzò la recluta Francesco Lupini come fosse senza peso.
“Allora, veniamo a noi, lei vorrà vedere il corpo di Biondini, giusto? Eccolo qui.”
Aprì di scatto una cella e ne uscì il corpo senza vita di un giovane ragazzo, preceduto da un odore nauseabondo di morte.
La recluta Francesco Lupini stava per svenire di nuovo, ma riuscì a reggersi al lettino e restare in piedi.
Da quella posizione però vide una cosa strana.
“Che ne pensa? Suicidio?”
“E questo che diavolo è?”

CAPITOLO 6

Carlo Maria Lupini è stato questore della Repubblica per quasi 30 anni.
30 anni di successi, meriti e medaglie.
Ma anche 30 anni di intrighi, occhi chiusi e mani legate.
“Se vuoi arrivare al tuo obiettivo, devi sempre passare per la strada più veloce. Anche se questo ti porterà a lasciare indietro qualcosa. La causa finale è la più importante.”
Questo diceva sempre Carlo Alberto Lupini al piccolo Francesco.
Ma se sul lavoro Carlo Alberto Lupini era una celebrità amata e stimata da tutti, in casa si trasformava.
Intransigente, xenofobo ma soprattutto violento, aveva scatto di ira verso la moglie tanto da mandarla più volte in ospedale.
Lei da brava donna di casa diceva di essere caduta dalle scale, o di aver sbattuto su uno spigolo ma nessuno poteva sospettare del ligio e pacato marito.
Sull’avambraccio aveva un piccolo tatuaggio: un serpente verde attorcigliato ad una spada, con una lingua rosso fuoco.
Il piccolo Francesco lo vedeva ogni volta che il padre picchiava la madre, come se prendesse vita e i colori diventassero più brillanti.
Un giorno chiese al padre cosa volesse rappresentare.
Il padre si alzò con calma, si tolse la cinghia e inizio a colpirlo senza sosta.
La madre si mise in mezzo per proteggerlo ma nulla poté contro la rabbia di quell’uomo.
Stanco ed esausto si aggiustò la camicia e disse: “Non voglio mai più sentirti chiedere niente di questo tatuaggio”.
Passarono gli anni e Francesco Lupini si apprestava a scegliere il suo futuro scolastico e lavorativo. Avrebbe voluto cucinare sulle grandi navi da crociera che vedeva ogni volta che andava a casa dei nonni.
Ma il padre aveva già scelto.
Carriera militare.
Punto.
Prima di partire per la sua destinazione, la madre si avvicinò e gli disse: “Tuo padre è un bravo uomo. Ha dei modi bruschi ma lo fa per il mostro bene. Quel tatuaggio è un simbolo. Lui fa parte dei Timorati di Dio, un gruppo che venera il culto di San Michele. San Michele è il patrono della polizia ed è colui che guida le milizie celesti contro il male. Sono un gruppo di persone che attua il bene, non sempre però con metodi ortodossi. Sono legati alla vita, tanto da ricercare il benessere fino all’estremo. Sono legati alla famiglia, ma talmente ligi alle regole che a volte devono usare maniere un po’ forti per riportare l’ordine. Ma in fondo è un bravo uomo e un buon marito. Ora vai figlio mio, la mamma ti ama.”

“E questo che diavolo è?”
Da quella posizione la recluta Francesco Lupini poteva vedere il collo del cadavere di Sandro Biondini e da sotto l’attaccatura dei capelli spuntava una lingua rosso fuoco.
“Dottore, potrebbe girare il corpo?”
“Certamente”
E con le sue grandi mani sollevò il corpo senza vita del giovane ragazzo e lo mise rivolto a faccia in giù.
Non poteva credere di vederlo di nuovo.
Un serpente verde attorcigliato ad una spada, con una lingua rosso fuoco.
Le gambe gli credettero di nuovo.
“Si sente bene?”
“Quello cos’è?”
“Si direbbe un tatuaggio, e anche fatto male se posso dire.”
La recluta Francesco Lupini uscì dalla stanza, gli mancava il respiro.
Corse fuori dalla porta di ingresso del reparto di anatomia e si appoggiò ad un gradino per ritrovare il suo normale ritmo cardiaco.
Don Giulio comparve alle sue spalle.
“Conosce quel tatuaggio?”
“Si, e non può essere stato un suicidio.”

CAPITOLO 7

Per tutto il viaggio di ritorno la recluta Francesco Lupini rimase in silenzio.
Sentiva il suono della cinta schioccare in aria come una frusta.
Aveva ancora in bocca il sapore di quelle botte.
E nelle ossa la paura di quella vita passata.
“Va tutto bene?”
Chiese timidamente don Giulio spegnendo il motore della macchina.
“Si, mi scusi. Devo solo riposare.”
Detto questo scese dalla macchina e si incamminò verso il b&b.
Passò per la piazza, sentendo ancora discutere le tre donne al bar e scese le scale del lungo vicolo.
Cercò le chiavi in tasca ma non le trovò.
Fermo davanti la porta, continuò a toccarsi le tasche come un tarantolato, fino a che la porta non si aprì da sola.
“Grazie, stavo per impazzire.”
“Di niente.”
Il tempo si fermò.
Da quando aveva 13 anni sognava di incontrare la donna perfetta.
Ogni notte la incontrava, ma quando provava a parlarle si svegliava.
Ora ce l’aveva davanti.
E non parlò per paura di svegliarsi.
“Va tutto bene?”
Era lei o era un sogno?
Fece cenno di si con la testa.
Non poteva rischiare di parlare.
“Quando ve ne andate”
Di nuovo.
Avevano fretta di mandarlo via.
Fece un gesto come a dire chissà.
Ma sembrava più uno con il colpo della strega.
“Va bene, io sono qui se serve qualcosa. Piacere Leandra.”
“Leandra?”
Strinse forte la sua mano per non far fuggire il sogno.
Ma era vera, lui era sveglio e lei era quella che non doveva essere.
“Lei era la promessa sposa di Sandro?”
Ritirò in fretta la mano, abbassò gli occhi e si intristì.
Ha ragione il capitano, sei un pirla!
Si disse la recluta Francesco Lupini maledicendo il fatto di non accendere il cervello prima di parlare.
“Chiedo scusa, sono stato indelicato.”
“Non fa niente, comunque si, sono io. Le chiavi della stanza le ha dimenticate sul tavolino. Ora mi scusi devo lavorare”
Perfetto. La donna che aveva sognato da una vita si stava per sposare con un uomo morto in circostanze misteriose e sul quale lui stava indagando.
Una classica storia d’amore.
Salì in camera e si buttò sul letto completamente vestito.
Non aveva voglia di cambiarsi, voleva solo chiudere gli occhi e non pensare a niente.

Si svegliò la mattina presto, aveva fame perché non aveva cenato.
Aveva sognato per tutta la notte la donna della sua vita morsa da un serpente verde che spuntava dal fondo di un lago.
Voleva tornare a casa e dimenticare tutto questo, ma qualcosa lo tratteneva.
Forse era la storia di suo padre, forse il non dover subire la lavata di capo dal suo superiore o forse per scoprire se veramente li sotto ci fosse la donna della sua vita.
O forse doveva solo chiudere la valigia e partire.
Stiracchiandosi andò verso il bagno.
Aspetta.
C’era quel foglio a terra ieri?
Lo aprì.
“LASCIA I MORTI SOTTO L’ACQUA. TORNA A CASA. È MEGLIO.”
Ecco.
Se c’era una cosa che non sopportava erano le minacce.
Soprattutto anonime.
Ora aveva un motivo per rimanere.

CAPITOLO 8

La recluta Francesco Lupini uscì dalla porta della sua camera con in mano la minaccia scritta.
La mise in tasca e si avviò verso il bar della piazza.
Sembrava quasi un dejavù del giorno prima, perché sì presentò davanti a lui la stessa identica scena. Le tre signore sedute al tavolino stavano discutendo su chi dovesse pagare la colazione quella mattina. Forse non avevano smesso ancora dal giorno prima, penso la recluta Francesco Lupini.
Si sedette al tavolo leggermente distante da loro, e rimase a guardare davanti a sé cercando di fare ordini nei suoi pensieri. C’erano troppi tasselli che non combaciavano, e quella lettera minatoria era la prova concreta del fatto che non potesse essere un suicidio.
In più quel tatuaggio sul corpo del giovane Sandro non lasciava spazio ai dubbi. Per i timorati di Dio non era neanche lontanamente ipotizzabile il suicidio, pena la dannazione eterna. Era talmente preso dai suoi pensieri, che non si accorse del silenzio che era caduto intorno a lui. Le tre signore, e la proprietaria del bar lo stavano guardando come se fosse un alieno appena sbarcato.
“Scusate, ho interrotto la vostra discussione?” Chiese imbarazzato la recluta Francesco Lupini. Le tre signore si guardarono e iniziarono a parlare sottovoce una nell’orecchio dell’altra.
La proprietaria del bar invece, si avvicinò con il vassoio vuoto in mano e disse
“Era così concentrato che non volevamo disturbarla. Sembrava molto preso dai suoi pensieri. Che le porto?”
“Un caffè grazie. Sì, ero rapito da un po’ di pensieri. Ma perché parlano sempre sottovoce quelle 3?”
“Fanno apre così con gli stranieri. È normale. Vuol sapere una cosa? Se vuole ingraziarsele, basta semplicemente portare qualcosa di dolce, diventerà immediatamente loro amico.”
La recluta Francesco Lupini chiese allora alla proprietaria del bar di portar loro tre cornetti diversi, uno integrale, una la crema, uno al cioccolato.
Quando il dono arrivo sul tavolo le tre signore si aprirono in un enorme sorriso e fecero cenno alla recluta Francesco Lupini di avvicinarsi al tavolo. Lui si alzò, si tolse il cappello, e saluto di buon grado.
“Buongiorno signore, spero abbiate gradito il mio piccolo omaggio.”
Le tre donne sorridere.
La donna col cornetto alla crema disse
“Grazie mille, lei è molto gentile, si vede proprio che è un uomo di classe. Piacere, Maria.”
La seconda, quella col cornetto al cioccolato allungò la mano e disse:
“Tanto piacere, Maria. Quando ve ne andate?”
La terza, invece, quella col cornetto integrale, rimase più sulle sue e si limitò ad un cenno con la testa dicendo: “Piacere, Maria.”
Perfetto, pensò la recluta Francesco Lupini, almeno con i nomi non avrò problemi.
Si avvicinò Maria crema e sussurrando disse: “siete qui per il morto del lago, vero?”
“Scostumata, fai silenzio.”
La ammonì Maria integrale.
“Si, signore, sono qui per quello. Voi che ne sapete?”
“Niente in più di quello che sapete voi” tagliò corto Maria integrale.
Le altre due si guardarono e con un cenno di intesa si accostarono di più alla recluta Francesco Lupini.
“Dovete sapere” iniziò Maria crema “che il giovane Sandro Biondini era promesso sposo della bella Leandra. L’avete conosciuta?”
Qualcosa doveva essersi trasformato sul volto della recluta Francesco Lupini, perché Maria cioccolato disse:
“Si, l’avete conosciuta.” E sorrise.
“Comunque da quello che si dice, il matrimonio doveva svolgersi, e anche in fretta.”
“È perché?”
E le due Marie disegnarono con la mano sulla pancia una mezza luna.
“Ah”
“La volete piantare con questi pettegolezzi? Io vado a pagare il conto”
Si alzò stizzita Maria integrale.
“Non ti permettere sa, oggi tocca a me”
La rincorse Maria cioccolato.
“Aspettatemi”
Disse Maria crema che, tenendo un braccio su quello della recluta Francesco Lupini gli disse:
“Comunque don Giulio sa tutto, chieda a lui”
E scomparve dietro la porta del bar.
Strano, non mi aveva detto di questo particolare don Giulio, pensò la recluta Francesco Lupini.
Strano.

CAPITOLO 9

Con la mano salutò le tre Marie che stavano discutendo vicino la cassa del bar e si incamminò per un vicolo, voleva cercare il fresco e perdersi in quel piccolo paese.
Arrivò in una stradina che portava alle porte della Chiesa.
La recluta Francesco Lupini sentì come un richiamo, si guardò intorno ed entrò.
Aveva più volte provato a chiamare il capitano, ma o risultava staccato oppure non rispondeva.
Si era solo trovato la mattina un vocale in segreteria.
“Non rompere il cazzo, Lupini, sbrigatela da solo. Pirla.”
Erano anni che non entrava in una Chiesa.
Si tolse il cappello e abbozzò un timido segno della Croce.
La Chiesa era semplice ma ben decorata.
Le grandi finestre dipinte facevano entrare una intensa luce colorata, che dava a quel luogo un aspetto celestiale.
Al centro della navata, dietro l’altare, si ergeva un enorme crocifisso con sopra un Gesù stilizzato.
Sotto c’era una targa dorata con scritto: opera del maestro Favoni.
A destra, davanti la porta della sagrestia, c’era una colonna con sopra la statua di San Michele che trafiggeva il serpente.
Il forte odore di incenso gli diede per un attimo alla testa, e dovette sedersi sulla prima panca disponibile.
Don Giulio uscì dalla sagrestia e gli si avvicinò.
“Tutto bene? Siete pallido.”
“Tutto bene, grazie. Solo un po’ di caldo”
“Venite dietro, vi offro qualcosa di fresco”
Entrarono nella stanza antistante l’altare, dove c’erano appese in ordine le divise dei chierichetti, il calice con il vino e vari libri chiusi.
“Perché siete qui?”
“Potrei farvi la stessa domanda” rispose divertito don Giulio.
“Intendevo dire, non siete… Come dire… uscito?”
“Ahahah… Si, sono uscito. Ho tolto la veste e ora sono un uomo qualunque. Ma non per questo ho interrotto i miei rapporti con la chiesa. Il vescovo non ha ancora inviato un sostituto qui e la messa viene detta da un giovane parroco del paese accanto. Io do una mano a mettere a posto e ogni tanto mi concedo un po’ di fresco qui dietro”
In effetti quella stanza era incredibilmente fresca, ricavata direttamente dalla roccia era una sorta di cantina naturale.
“E poi c’è questo”
Aprì uno sportello e tirò fuori due bicchieri e una lunga bottiglia trasparente.
“No, non posso bere, sono in servizio”
Anche se non sapeva se lo fosse realmente.
“Non è alcolico, è una sorta di sidro di mele. Vedrà le farà bene.”
Bevvero in silenzio.
“Dicevamo, lei che ci fa qui?”
“Possiamo darci del tu?”
“Certamente, che ci fai in Chiesa?”
“Mi sono perso per i vicoli e mi sono trovato qui. Anche se in realtà la… Ti cercavo”
“Ah si? Mi hai trovato. Dimmi tutto”
“Leandra era incinta.”
“Si”
“Non me lo hai detto.”
“Non me lo hai chiesto.”
“Ho bisogno di tutte le informazioni sul caso per capire cosa è successo qui.”
“Bene… Leandra è una ragazza dolce e solare. Ha conosciuto questo ragazzo. O meglio il padre ha fatto in modo che si conoscessero. Lui rampollo di una grande azienda, lei la ragazza più bella di tutto il paese. La coppia perfetta. Se non fosse che lui la picchiava e abusava di lei”
“Glielo ha confessato lei?”
“Fino a poco fa non avrei potuto dirlo per il segreto, ma ora non sono più un prete. Lei venne qui e mi raccontò tutto. Mi disse anche che era incinta e che voleva disfarsi del bambino prima che si venisse a sapere in giro. Ma si sa, soprattutto nei paesi i muri hanno le orecchie e la notizia passò di bocca in bocca, fino ad arrivare alla famiglia Biondini. In meno di 72 ore il matrimonio era organizzato.”
“E poi?”
“E poi un giorno il giovane Sandro uscì di casa sbattendo la porta. I vicini raccontarono di una violenta discussione in casa. Mezz’ora dopo una ambulanza si parcheggiò davanti casa loro. Leandra aveva perso il bambino.”
“E Sandro?”
“Era scomparso. Lo hanno trovato dopo quasi due mesi sul fondo del lago.”
“Dio. Scusi… scusa… E Leandra?”
“Su mio suggerimento appena uscita dall’ospedale andò a chiudersi in un vicino convento qui sui monti. Era costantemente aggiornata sulle ricerche di Sandro. Solo quando l’hanno trovato, è tornata qui in paese.”
La recluta Francesco Lupini bevve di un fiato il sidro e si accorse che don Giulio gli aveva mentito.
Era alcolico.

CAPITOLO 10

Uscito dalla chiesta, la recluta Francesco Lupini si sedette sui gradini davanti la porta di ingresso.
Gli girava leggermente la testa, non era abituato a bere alcolici.
E quel caldo asfissiante non aiutava di certo.
Si passò il fazzoletto sulla fronte e lo trovò completamente impregnato di sudore.
Le tempie stavano martellando una canzone heavy metal e il fiato si fece corto.
L’ultima immagine che vide davanti a sé era quella di Leandra.
O forse non era lei.
Fatto sta che riuscì solo a dire “aiuto”
E poi svenne.

È la recluta
Povero
Non è abituato
5+2
Mi senti
Prendi dell’acqua

Riaprì gli occhi e vide tutto sfocato intorno a se.
Ombre confuse si muovevano intorno a lui.
“Eccolo. Portami dell’acqua, svelta.”
Provò ad alzarsi ma le braccia erano di gomma e cadde in terra.
“Non ti alzare, sei molto debole. Il dottore sta arrivando.”
“Don Giulio?”
“Si, ti ho portato a casa mia, sei svenuto davanti alla Chiesa. Maura ti sta preparando acqua e zucchero”
“Sarà stato il caldo. Dovete scusarmi per il disturbo”
“Nessun disturbo, tieni, bevi.”
Disse Maura avvicinando un grande bicchiere alla mano della recluta Francesco Lupini.
“Ho chiamato il dottor Carsico, arriverà a momenti”
“Ma non ce ne è bisogno, ora sto bene.”
“Mai sottovalutare questi cali di pressione. Il caldo qui si fa sentire.”
Un pianto sommesso si fece largo nella loro conversazione.
Don Giulio alzò la testa in direzione della stanza accanto.
“Scusatemi, Michele deve essersi svegliato”
“Colpa mia.”
“Ma no tran. Resta giù.”
La recluta Francesco Lupini finì di bere dal suo bicchiere e si mise seduto sul divano.
Maura era li davanti a lui, con quei suoi occhi enormi e pieni di infinito.
“Come va?”
“Molto meglio, grazie. Ho svegliato il piccolo”
“No, questa è la sua ora. Deve fare la pappa”
“E… cioè… Non me ne intendo molto… Ma… ecco… Non dovresti tu…”
Maura rise imbarazzata.
“No, purtroppo ho poco latte e gli stiamo dando quello artificiale. È nato prematuro e deve prendere un latte speciale. Giulio in questo è un papà incredibile”
Si sentì bussare piano alla porta.
Maura andò ad aprire al dottor Carsico che la saluto con un bacio sulla guancia.
“È di la ma sta meglio”
“La vuol smettere di svenire?”
Lo canzonò il dottore.
“Lei ha ragione, ma non siamo abituati a queste temperature in città.”
Mentre parlava il dottor Carsico iniziò a misurare la pressione al braccio della recluta Francesco Lupini, gli auscultò il cuore, i polmoni e controllò gli occhi.
“Nel complesso state bene, direi che dovreste mangiare qualcosa in più e riposarvi. L’aria di paese non fa per voi, forse è meglio tornare a casa. Come procede il lavoro?”
“Sono in alto mare ma c’è qualcosa che mi ronza in testa. Non capisco”
“Le verrà in mente”
E dalla porta di ingresso apparve don Giulio con in mano un fagottino, troppo piccolo per essere vero.
Bellissimo.
Il profilo del papà.
Maura si soffiò il naso e uscì dalla stanza.
“Devi scusarla ma il piccolo è cagionevole e non può prendere malattie”
“Ti somiglia tanto.”
“Già”
Era un bambino bellissimo.

CAPITOLO 11

La recluta Francesco Lupini uscì insieme al dottor Carsico salutando don Giulio e il piccolo Michele.
“Vada in farmacia, prenda un paio di bustine di questo”
E gli diede un foglio con scarabocchi quella che doveva essere una posologia.
“Dice che capiranno in farmacia?”
“Ma si, mi conoscono bene.”
E rise di gusto.
L’espressione della recluta Francesco Lupini doveva essere stata estremamente confusa tanto che il dottor Carsico riprese il foglio e fingendo di sbuffare disse:
“Dia qui. Tutti con questa storia. I dottori devono curare, non saper scrivere bene!.”
Scrisse in stampatello maiuscolo e diede il foglio indietro.
“Una bustina prima di colazione e una prima di cena per sette giorni. Ci legge cosi?”
La recluta Francesco Lupini chiuse il foglietto e lo mise in tasca.
E stringendosi la mano si salutarono.
Scese le scale di un lungo vicolo molto stretto e si ritrovò in uno slargo nuovo.
Si era dimenticato di chiedere dove fosse la farmacia. Quindi procedete a caso per le vie del paese. Quando ad un tratto, come una falena, fu attratto dalla luce lampeggiante di una grossa croce verde.
Anche qui un serpente arrotolato intorno ad un bastone, pensò la recluta Francesco Lupini, ed entrò.
Dietro il bancone della farmacia c’era un uomo di spalle che stava armeggiando con uno scaffale. Quando la recluta Francesco lupini apri la porta, un suono simile ad un campanello avviso del suo ingresso. Il farmacista si girò e rivelò la sua vera età. Un uomo magro e basso, di quasi 80 anni, ma con i capelli incredibilmente neri. Quel nero che normalmente non esiste in natura. La recluta Francesco Lupini sì chiese perché alcuni uomini dovessero utilizzare quel tipo di lucido da scarpe per tingersi i capelli.
“Posso aiutarla?”
“Si, avrei bisogno di questo”
E tirò fuori dalla tasca il foglio arrotolato.
Il farmacista osservo il foglio, lo lesse più volte infine puntò Il suo sguardo dritto negli occhi della recluta Francesco Lupini.
“È uno scherzo? Non mi sono mai piaciuti gli scherzi”
Come immaginava.
O non si leggeva bene o il dottor Carsico gli aveva fatto un altro dei suoi scherzi.
Riprese in mano il foglio.
Quello che non poteva immaginare era di aver sbagliato foglio.
“Mi scusi, ho sbagliato”
E mise in tasca la minaccia che aveva ricevuto sotto la porta.
“Ecco, questo è il foglio giusto”
Stese la ricetta sul bancone e si pietrificò.
Tirò fuori il foglio di minaccia e lo avvicinò all’altro.
Le lettere erano uguali.

Voglio fare un esperimento #14.
Voglio scrivere una storia social(e).
Ogni 24 ore scriverò un capitolo di un racconto, se arriverò ad un tot di commenti o condivisioni, scriverò il capitolo successivo, altrimenti ricomincerò con una nuova storia.
Sta a voi scegliere se volete sapere come va avanti o no.

Per scrivere il tredicesimo capitolo ho bisogno di 30 commenti con scritto “ancora” e 30 condivisioni.
Si può fare?

CAPITOLO 12

Era forse uno scherzo?

Il dottor Carsico era solito fare scherzi.

Forse voleva solo fare una bravata e poi si era scordato di palesarsi.

Oppure stava aspettando un suo commento per poi dire: ci sei cascato!

Eppure quella minaccia non sembrava per niente una battuta, anzi.

Uscì dalla farmacia con questo dubbio in testa.

Il farmacista da dentro gli urlò contro e corse verso di lui.

“Le sue medicine.”

“Oh, grazie mille, scusi ero distratto”

“Avevo notato”

E se ne tornò dietro il suo bancone, con la sua testa laccata di nero e i suoi ninnoli sparsi in giro.

Da quando era arrivato in quel paese niente era stato lineare.

Un uomo morto trovato sul fondo di un lago, trafitto da una spada sulla cima di una chiesa.

La sua bella promessa sposa che non lo vuole e perde il figlio che ha da lui.

Un dottore che si diverte a fare scherzi, e forse a minacciare le persone.

Un ex prete che ora è sposato e ha un figlio.

Troppe cose per una recluta come lui che doveva solo venire in uno sperduto paese del Molise per redigere due righe di relazione.

Si sedette su una panchina che dava su un panorama mozzafiato.

Non lo aveva notato fino a quel momento.

Una montagna enorme, con incastonato al centro un piccolo borgo medievale.

Il cielo di un azzurro fastidioso per quanto bello, i colori vivi e il sole che illuminava tutti senza nessuna distinzione.

Iniziò a pensare che non fosse il Molise a non esistere, ma che i molisani non volessero condividere questa meraviglia.

Il loro tesoro.

Mentre contemplava la natura, si sentì osservato.

Si guarò intorno ma non vide nessuno.

Eppure la sensazione era li, forte e viva.

Si alzò di scatto dalla panchina e vide un movimento furtivo dietro una siepe al di la della strada.

Andò di corsa verso quel nascondiglio, pronto a stanare un pericoloso malvivente.

“Maria! Mi avete spaventato”

“Shhh… fate silenzio…”

Maria cioccolato fece cenno alla recluta Francesco Lupini di accucciarsi dietro la siepe.

“Non saremmo più comodi sulla panchina?”
“No, nessuno deve vederci insieme”

“Maria… perdonatemi… ma forse mi avete frainteso…”
“Ma non siate sciocco! Potrei essere vostra madre”

La recluta Francesco Lupini divenne rosso e abbassò lo sguardo.

“Comunque non c’è molto tempo, le altre due mi cercano per andare al bar. Volevo solo finire di raccontarvi la storia. La bella Leandra e il giovane Sandro si dovevano sposare per riparare al danno, ma la verità è che il giovane Sandro non aveva fatto nessun danno.”
“Che intendete dire?”
“Che non era lui il padre del bambino!”
“E come lo sapete?”
“Beh, in giro ci sono mille voci. Ma la verità è che ogni giorno la famiglia Biondini andava in chiesa da don Giulio a pregare, accendere ceri e fare penitenza per poter dare una discendenza alla famiglia. Questo perchè Sandro non…”

E fece un gesto inequivocabile con la mano.

“Maria!”

“Eh, scusate, ma non posso perdere troppo tempo in chiacchiere. Comunque il giovane Sandro era completamente impotente e tutti sapevano che non poteva avere figli. Da una parte la famiglia gridò al miracolo di Ssan Michele, dall’altra Sandro capì perfettamente la situazione e andò su tutte le furie”

“Si, questa parte la conosco. L’ha picchiata e ha perso il bambino.”

“E chi ha detto che l’ha perso?”

CAPITOLO 13

Era forse uno scherzo?
Il dottor Carsico era solito fare scherzi.
Forse voleva solo fare una bravata e poi si era scordato di palesarsi.
Oppure stava aspettando un suo commento per poi dire: ci sei cascato!
Eppure quella minaccia non sembrava per niente una battuta, anzi.
Uscì dalla farmacia con questo dubbio in testa.
Il farmacista da dentro gli urlò contro e corse verso di lui.
“Le sue medicine.”
“Oh, grazie mille, scusi ero distratto”
“Avevo notato”
E se ne tornò dietro il suo bancone, con la sua testa laccata di nero e i suoi ninnoli sparsi in giro.
Da quando era arrivato in quel paese niente era stato lineare.
Un uomo morto trovato sul fondo di un lago, trafitto da una spada sulla cima di una chiesa.
La sua bella promessa sposa che non lo vuole e perde il figlio che ha da lui.
Un dottore che si diverte a fare scherzi, e forse a minacciare le persone.
Un ex prete che ora è sposato e ha un figlio.
Troppe cose per una recluta come lui che doveva solo venire in uno sperduto paese del Molise per redigere due righe di relazione.
Si sedette su una panchina che dava su un panorama mozzafiato.
Non lo aveva notato fino a quel momento.
Una montagna enorme, con incastonato al centro un piccolo borgo medievale.
Il cielo di un azzurro fastidioso per quanto bello, i colori vivi e il sole che illuminava tutti senza nessuna distinzione.
Iniziò a pensare che non fosse il Molise a non esistere, ma che i molisani non volessero condividere questa meraviglia.
Il loro tesoro.
Mentre contemplava la natura, si sentì osservato.
Si guarò intorno ma non vide nessuno.
Eppure la sensazione era li, forte e viva.
Si alzò di scatto dalla panchina e vide un movimento furtivo dietro una siepe al di la della strada.
Andò di corsa verso quel nascondiglio, pronto a stanare un pericoloso malvivente.
“Maria! Mi avete spaventato”
“Shhh… fate silenzio…”
Maria cioccolato fece cenno alla recluta Francesco Lupini di accucciarsi dietro la siepe.
“Non saremmo più comodi sulla panchina?”
“No, nessuno deve vederci insieme”
“Maria… perdonatemi… ma forse mi avete frainteso…”
“Ma non siate sciocco! Potrei essere vostra madre”
La recluta Francesco Lupini divenne rosso e abbassò lo sguardo.
“Comunque non c’è molto tempo, le altre due mi cercano per andare al bar. Volevo solo finire di raccontarvi la storia. La bella Leandra e il giovane Sandro si dovevano sposare per riparare al danno, ma la verità è che il giovane Sandro non aveva fatto nessun danno.”
“Che intendete dire?”
“Che non era lui il padre del bambino!”
“E come lo sapete?”
“Beh, in giro ci sono mille voci. Ma la verità è che ogni giorno la famiglia Biondini andava in chiesa da don Giulio a pregare, accendere ceri e fare penitenza per poter dare una discendenza alla famiglia. Questo perchè Sandro non…”
E fece un gesto inequivocabile con la mano.
“Maria!”
“Eh, scusate, ma non posso perdere troppo tempo in chiacchiere. Comunque il giovane Sandro era completamente impotente e tutti sapevano che non poteva avere figli. Da una parte la famiglia gridò al miracolo di Ssan Michele, dall’altra Sandro capì perfettamente la situazione e andò su tutte le furie”
“Si, questa parte la conosco. L’ha picchiata e ha perso il bambino.”
“E chi ha detto che l’ha perso?”

Per scrivere il tredicesimo capitolo ho bisogno di 30 commenti con scritto “ancora” e 30 condivisioni.
Si può fare?

“Mariaaaa… Dove sei? Mariaaaa”
“Mi stanno chiamando, devo scappare. Io non vi ho detto nulla”
Si aggiustò i polsini e il cappellino e uscì in strada come se nulla fosse.
“Sono qui, mi era caduta a terra la borsetta e sono usciti gli spicci”
E così dicendo si unì alle altre due Marie per andare di nuovo al bar.
Ma allora, pensò la recluta Francesco Lupini, se il bambino è vivo, dove sarà finito?
Doveva parlare con il dottor Carsico, gli doveva troppe spiegazioni.
Prese la sua panda verde bottiglia e uscì a stento da quello che era stato il suo parcheggio negli ultimi due giorni.
Passò di nuovo negli stretti vicoli del paese chiudendo gli specchietti e rischiando più volte di distruggere la fiancata.
Arrivò fino all’ingresso dell’ospedale e vide il dottor Carsico uscire dalla porta centrale.
Stava per salutarlo quando si accorse che accanto a lui c’era Leandra.
La recluta Francesco Lupini si lanciò dietro una siepe, cercando di non farsi vedere.
Il dottore la abbracciò stretta, poi si salutarono e lei salì in macchina.
Prima di entrare, il dottore guardò in direzione della recluta Francesco Lupini e disse: “venga fuori da lì, l’ho vista. Se è uno scherzo non ha funzionato”.
La recluta Francesco Lupini uscì dal groviglio di piante, lasciando cadere ramoscelli incastrati nella giacca.
Si pulì le spalle e si avvicinò al dottore.
“Scusi, mi è caduta a terra la borsetta e sono usciti gli spicci.”
“Quale borsetta?”
“… senta, devo parlarle. Possiamo andare nel suo ufficio?”
Il dottore fece cenno di seguirlo.
Attraversarono i corridoi dei vari reparti e si trovarono davanti ad una porta con una targhetta dorata.
Ufficio dottor Andrea Carsico
Il dottore si sedette dietro la scrivania e la recluta Francesco Lupini tirò fuori la lettera di minaccia.
“È opera sua?”
“Si”
Non era preparato ad una risposta così secca. Credeva di dover discutere a lungo. Quindi prese una pausa prima di continuare.
“Perché?”
“Perché questo paese è stato già sconvolto dalla morte del giovane Sandro, non ci serve altra pubblicità negativa. Non vogliamo che se ne parli ancora. La famiglia è distrutta e tutta la comunità vuole solo dimenticare.”
“Ma un ragazzo è stato ucciso”
“Era un pezzo di merda.”
“Questo non semplifica la cosa”
“No, ma aiuta”
Rimasero in silenzio.
“La picchiava. Solo perché non riusciva a rappresentare fisicamente la sua virilità. E allora sfogava il suo machismo con le mani”
“Di chi era… di chi è il figlio”
“Lo ha saputo, quindi”
“Il paese ha orecchie ovunque.”
“Il figlio è di chi lo cresce”
“Non sia contorto, parli.”
“Leandra era incinta di 5 mesi quando Sandro l’ha picchiata selvaggiamente. Era ubriaco e l’ha lasciata a terra, sanguinante. Credeva fosse morta. È scappato. Fortunatamente siamo arrivati in tempo e abbiamo salvato tutti e due, ma per il bene di entrambi abbiamo fatto finta che fosse morto.”
“Si, ma di chi è? E ora dove si trova?”
Bussarono violentemente alla porta.
“Dottore, una emergenza, bisogna subito operare, l’ambulanza è qui fuori.”
“Mi scusi”
E il dottor Carsico uscì.
Solo sulla sedia la recluta Francesco Lupini stava cercando di capirci qualcosa.
Chi ha ucciso il giovane Sandro? Di chi era il figlio e dove si trovava ora?
Mentre pensava a queste domande senti aprirsi la porta.
Non si voltò.
“Dottore, è già finita l’emergenza?”
Il freddo della canna di una pistola fece pressione dietro il collo della recluta Francesco Lupini.

CAPITOLO 14

“Si alzi lentamente.”
Era la voce di una donna.
“Venga con me e non faccia scherzi”
La recluta Francesco Lupini si alzò molto lentamente, convinto a non fare l’eroe dalla canna della pistola puntata dietro il collo.
“Perché lo stare facendo, Maria?”
Maria integrale spinse la recluta Francesco Lupini verso la porta.
“Faccia come le ho detto”
Tenendola fermamente in mano, mise la pistola nella borsetta.
“Sono vecchia e stanca, se fa una mossa falsa giuro che sparo. Apra la porta.”
Uscirono in silenzio, circondati da barelle piene e sedie doloranti.
Uscirono all’aria aperta e il sole li colpì in pieno viso.
Era una splendida giornata per morire, pensò la recluta Francesco Lupini.
“Prendiamo la sua macchina ”
Salirono sulla vecchia panda verde bottiglia, uno alla guida e una dietro con la pistola in mano.
“Prima di morire posso sapere perché?”
“Tutto a tempo debito”.
“Dove andiamo?”
“Parta”
Mise in moto e partì.
La strada si faceva via via sempre più aperta e le poche case stavano lasciando spazio alla campagna incoltivata.
Al centro di un campo brullo c’era una Masseria abbandonata, con parte del tetto caduto a terra.
“Accosti li”
Si fermarono e la recluta Francesco Lupini maledisse il suo capitano.
Maria integrale fece cenno di entrare da una vecchia porta di legno.
I cardini cigolarono e all’interno due galline saltarono lontano.
“Mi dispiace per questo epilogo. Grazie tante Maria, scusa se ti ho coinvolta ancora una volta”.
“Mi volete spiegare cosa sta succedendo, prima di farmi fuori?”

La voce calma e pacata di Don Giulio riecheggiava all’interno della masseria abbandonata.

Seduto su un grosso masso, l’ex prete di paese guardava fisso gli occhi della recluta Francesco Lupini che rimase incredulo nel vederlo li.

“Quindi l’ha ucciso lei.”

“Non avevamo altra scelta”

“Ma perchè?”

“Perchè la gente iniziava a parlare, e le chiacchiere corrono veloci.”

“Il figlio di Leandra è il suo?”

“Si.”

Tutto si fermò.

“La donna di cui mi sono innamorato e per la quale ho tolto le vesti sacre era la promessa sposa di un vigliacco, manesco e…”

“Uno stronzo”

Intervenne Maria integrale da dietro le spalle della recluta Francesco Lupini

“Si. Uno stronzo”

“Ma la vita di un uomo vale un amore?”

“Io e Leandra ci vedevamo di nascosto tutte le notti. Quando lui usciva di casa, io entravo dalla finestra. Eravamo come due adolescenti. Poi un giorno, la troppa passione ci ha travolto.”

“E lei è rimasta incinta”
“Si. All’inizio eravamo presi dalla gioia di questo dono divino, ma capimmo subito che non poteva essere tutto così bello. Dovevamo tenere il tutto segreto, anche perchè Sandro non si sarebbe bevuto la storia dello spirito santo”

“Bella questa”
“Grazie Maria.”

La recluta Francesco Lupini cercò di portare avanti questa confessione, pur sapendo che alla fine quella pistola puntata dietro la sua schiena avrebbe sparato.

In questi casi nei film interviene l’eroe.

Ma c’era solo lui e l’eroe toccava a lui.

“Quando iniziarono le nausee, Sandro la obbligò fare un test di gravidanza. All’inizio si infuriò e la picchiò violentemente. Poi fece buon viso a cattivo gioco, in modo da non dover più dare troppe spiegazioni alla famiglia e a tutto il paese. Ma si sa, le voci corrono e una sera, particolarmente ubriaco, tornò a casa e picchiò Leandra fino quasi ad ucciderla. Fui io a chiamare l’ambulanza, ero appena entrato a casa, mi finsi un vicino e poi andai a caccia di quella bestia. Lo trovai davanti casa sua, era talmente ubriaco che non si accorse neanche del mio arrivo. Gli dissi in faccia tutto, che il figlio era mio, che lui era impotente perchè Dio non voleva fargli generare altra feccia come lui e poi lo colpii. Non sono un grande lottatore, ma forse l’adrenalina, forse lui già fuori di testa, sta di fatto che crollò miseramente a terra. Mi guardai intorno, nessuno mi aveva visto. Caricai il corpo in macchina e cercai un posto dove poterlo scaricare.”

“E li la sorte lo condusse a me.”

Disse Maria integrale.

“Arrivò davanti la porta di casa mia, bussò piano. Io quell’ora già dormivo da un bel po’, ero pronta ad andare su tutte le furie, quando lo vidi. Sconvolto, impaurito e implorante. Non potevo fare altrimenti. Se il buon Dio l’aveva messo sulla mia strada, chi ero io per non aiutarlo?”

“Andammo sul lago di Letino, lo legammo ad un sasso e li lo gettammo in mare. Forse il nodo era sbagliato, o non lo so. Fatto sta che scese sul fondo fino a conficcarsi sulla spada. Era stato fin dal primo momento San Michele a guidare la mia mano, evidentemente era lui che voleva far finire questa storia.”

Stava per finire la storia, doveva fare qualcosa. Anche se c’era un po’ di curiosità nel sapere il finale.

“Quindi Michele è figlio suo e di Leandra, e dove ha partorito lei? E sua moglie Maura?”

“Non raccontai mai nulla a Maura, dissi che una donna era stata violentata e che stava per aspettare un figlio. Quel figlio avrebbe rischiato la morte se non lo avessimo salvato. Decidemmo insieme di aspettare la nascita e di tenerlo subito dopo, quindi fingemmo un viaggio e un ritorno con un figlio settimino. In realtà Leandra era andata a partorire nel convento, facendo credere a tutti di aver perso il figlio quella notte.”

Ora o mai più, pensò la recluta Francesco Lupini.

Si girò di scatto e colpì la mano di Maria integrale.

Partì un colpo.

“Ahhhhh”

Un grido infinito squarciò il silenzio del campo aperto, spaventando tutti gli animali presenti nella zona. Dalla gamba della recluta Francesco Lupini uscì un fiotto di sangue che macchiò la paglia a terra.

“Dio mio che dolore”

“Mi scusi tanto”

Disse timidamente Maria integrale.

“Lascia stare le scuse, dammi qui”

Don Giulio prese la pistola dalle mani di Maria integrale e la puntò contro la recluta Francesco Lupini.

“Si fermi. Lei non è un assassino.”

Provò a dire la recluta Francesco Lupini tra una fitta e l’altra.

“E’ vero, non lo sei”

Una voce dal fondo della stanza si staccò nella masseria.

“Leandra.”
“Posa quella pistola, Giulio. È finita.”

Dietro di lei comparvero una dozzina di polizziotti con le armi spianate, pronti a sparare.

“Io ti amo” disse don Giulio mentre lo portavano via.

“Anche io” sussurrò Leandra.

“E io amo te” disse Maria integrale guardando don Giulio, mentre veniva portata via da un altro poliziotto.

La recluta Francesco Lupini guardò Leandra, vide i due mentre venivano caricati in macchina e disse: “Ok, ora posso svenire?”

E svenne.

Si risvegliò in ospedale, con una gamba fasciata e il volto del dottor Carsico sorridente.

“Secondo me ci ha preso gusto a stare qui da me, dica la verità”

“Veramente, se fosse possibile tornerei volentieri a casa. Ahi…”

“Ah, ha chiamato il suo capitano. Dice che anche se ha risolto il caso, resta comunque un pirla.”

“Ecco.”

—–

La potete leggere anche qui: https://www.wattpad.com/469940860-la-recluta-francesco-lupini-il-molise-non-esiste

Oppure potete seguire l’andamento del nuovo esperimento qui: https://www.facebook.com/patrizio.cossa

corriere della sera

Sbatti l’impro in prima pagina

E sono uscito su Repubblica!

Un mio video che parla di come rispondere agli operatori del call center (per non farsi mai più richiamare) è stato postato in home sul sito repubblica.it e poi palleggiato tra dagospia e radio capital.

Questo il video

Se avete altri modi, scriveteli nei commenti 🙂