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L’uomo senza testa

E’ assurdo.
Non siamo progettati per vederci.
Se ci pensi un attimo, è così.
Possiamo guardare buona parte del nostro corpo da soli, alcuni più snodati di altri.
Ma non possiamo vederci in viso.
Non sappiamo come siamo fatti veramente.
Assurdo.
Per farlo, dobbiamo passare attraverso un filtro.
Uno specchio.
Una foto.
Gli occhi di qualcuno.
Ma sono sempre falsati.
Non mi vedrò mai, come mi vedo io.
Dovrò per forza fidarmi.
Dell’amico che mi dice che sto bene così.
Della persona che mi ama che mi dice che sono bellissimo.
Dello specchio che con la luce diversa aggiusta o distrugge.
Ma io chi sono veramente?
Chi c’è sul mio viso?
Assurdo.

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Non vuoi più giocare?

Passo distratto leggendo sul cellulare.
Sento il rumore in sottofondo di una nenia.
Una vecchia giostra ferma, che ha ancora una o due lucine attive in basso.
Un cavallo, una macchina, una moto e un coniglio.
Un bambino sale sul cavallo.
Capelli lunghi a caschetto.
Faccia rotonda.
Mi guarda e mi pianta gli occhi verdi/marroni nei miei.
Mi guardo intorno e non c’è nessuno con lui.
Cerco una moneta ma no ce l’ho.
Faccio un cenno come un “mi dispiace”, alzando le spalle e mostrando le mani aperte.
Lui continua a guardarmi.
Come a dire: che ci faccio del mi dispiace? Io voglio giocare.
Mi sento in colpa.
E intorno a me non c’è nessuno.
Vuoto.
Non ci sono palazzi, non ci sono macchine.
Solo noi.
La giostra.
E i nostri occhi verdi/marroni.
Uguali.
Ma i miei più stanchi dei suoi.
Mi dice: non vuoi più giocare?
Gli dico: non ho soldi.
Mi dice: non sai neanche quanto serve.
Gli dico: ormai sono troppo grande.
Metto una mano in tasca.
E poi un colpo in pieno petto.
La spinta della signora mi colpisce più di una bastonata.
Oddio, mi scusi, non l’ho vista – dice lei.
E tornano i palazzi, tornano le macchine.
I suoni, le persone, i rumori, gli odori.
Ma non c’è più la giostra.
Non c’è più il bambino.
La signora si allontana.
Io resto li, con il cellulare in mano.
La mano in tasca.
E dentro la tasca un gettone delle giostre.
Quando ho smesso di giocare?
Quando sono entrate le scuse?
Non ho soldi.
Sono troppo grande.
Basta giocare.
E il bambino dentro me si sente sempre un po’ più solo.
Con quella faccia tonda.
E gli occhi verdi/marroni.
Che mi chiede: non vuoi più giocare?

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Violenza verbale

Sono una donna.
Sono una donna che lavora, che ama e che odia.
Ho una passione, e tanti anni fa sono riuscita a renderla un lavoro.
Mi hanno assunta dove volevo, ma non come volevo.
Ho fatto tutto quello che non era il mio lavoro, ho pulito i cessi, portato caffè, raccolto persone in giro.
Ma dicevano che era formazione.
Per fare quello che sognavo.
Poi è arrivato il contratto.
Finalmente il lavoro che volevo, come lo volevo.
Ho un amore.
E mi hanno detto di farmi una famiglia.
Mi hanno fatta sentire in colpa perché non avevo figli.
E più ci provavo, più non ci riuscivo.
Più non ci riuscivo e più mi sentivo in colpa perché mi dicevano che era importante avere una famiglia.
Quando è arrivato il lavoro vero, quello che volevo, come lo volevo, abbiamo pensato di farci aiutare.
Non è propriamente naturale, ma mi hanno detto che anche non avere una famiglia non è naturale.
E ho fatto l’operazione.
Pagandola tutta da sola.
Con i soldi del mio lavoro.
Prendendo giorni di malattia.
Fino a che.
Il giorno prima di sapere la risposta, me ne arriva un’altra.
Sei licenziata.
Mi dispiace ma sai, la crisi.
La crisi è perché sarei stata fuori per mesi.
Perché volevo una famiglia.
Perché mi hanno detto di avere una famiglia.
E ora, che aspetto la risposta più bella, so che qualunque scelta sarà giusta, che quel lavoro doveva stare lì e che non voglio più sentire qualcuno che mi racconti cosa fare nella vita.
Non è anche questa una violenza sulle donne?
Non servono le botte per far male.
A volte anche un pensiero può ferire, una convinzione può tagliare e farti sentire fuori dal coro.
Non fatevi fregare, vivete come volete e non fatevi mai colpire.
Buona giornata.