Esperimento social(e) 3 – La recluta Francesco Lupini e i Timorati di Dio

Voglio scrivere una storia social(e).
Ogni 24 ore scriverò un capitolo di un racconto, se arriverò ad un tot di commenti o condivisioni, scriverò il capitolo successivo, altrimenti ricomincerò con una nuova storia.
Sta a voi scegliere se volete sapere come va avanti o no.

CAPITOLO 1

Aprì gli occhi.
La vista sfocata lo lasciò a terra per qualche secondo.
Dal suo punto osservazione vedeva la zampa di un tavolo, un pezzo di vestito rosso, un bicchiere a terra e un braccialetto da donna.
Provò ad alzarsi, ma la forza di gravità fu più forte di lui.
La testa stava per esplodere.
Si fermò un secondo a terra.
Mani sul petto.
Controlló il respiro.
Sul soffitto una pala stava girando.
Non è casa mia, pensò.
Poi fece un respiro più lungo e provò una seconda volta ad alzarsi.
Questa volta ci riuscì, anche se dovette appoggiarsi al tavolo per non crollare miseramente.
Si guardò intorno.
Non ricordava il luogo.
Di chi era quella casa.
Si guardò allo specchio.
Boxer e calzini.
La faccia sporca di rossetto.
Tentò di pulirsi il viso, ma peggiorò solo la situazione.
Erano le mani ad essere sporche.
E non era rossetto.
Bussano alla porta.
“Aprite, polizia!”
Urlarono da fuori.
Cercò i suoi vestiti, mentre la porta veniva presa di mira dai colpi di una mano insistente.
“Aprite o dobbiamo sfondare la porta”
“Sto arrivando”.
Trovò il suo pantalone, lo raccolse da terra, ma alla fine del tessuto trovò una mano.
Alla mano era collegato un braccio e poi via via tutto il resto del corpo.
Una donna.
Nuda.
Morta.
“È l’ultimo avvertimento. Aprite o la buttiamo giù”
La recluta Francesco Lupini rimase fermò, cercando di capire chi fosse quella donna e perché lui era li.

CAPITOLO 2

I due poliziotti portarono via la recluta Francesco Lupini da quella stanza.
Ammanettato, testa bassa, scese le scale scortato avanti e dietro.
Come al passaggio del peggior criminale della storia, tutti i volti si giravano per non guardare quello spettacolo.
Un fotografo locale scattò l’unica foto di questo momento.
Gli altri semplicemente volevano dimenticare.

Le mani posarono il giornale sul tavolo.
Maria cioccolato e Maria crema si guardarono in silenzio.
“Non è possibile”
“Ci deve essere un malinteso”
“Dicono che l’hanno trovato accanto alla vittima”
Intervenne nella discussione la proprietaria del bar.
“Ma è proprio lui?”
Non riuscivano a crederlo.
La recluta Francesco Lupini arrestato per omicidio.

La recluta Francesco Lupini era seduto su un letto stretto e lungo in una cella da solo.
La testa bassa, lo sguardo perso.
Cercava di ricostruire cosa fosse accaduto nella giornata precedente.
Buio.
Non riusciva a ricordare niente.

Le mani posarono il giornale sul tavolo.
“È tutto a posto”
Disse l’uomo in giacca e cravatta fermò davanti la scrivania.
La mano che teneva il giornale fece cenno di andare.
L’uomo in giacca e cravatta uscì in silenzio.
Dall’avambraccio dell’uomo spuntava un serpente verde attorcigliato ad una spada, con una lingua rosso fuoco.

CAPITOLO 3

“Lupini. C’è una telefonata per te.”
La guardia fece scattare la serratura e la recluta Francesco Lupini uscì lentamente.
Aveva lo sguardo spento, aveva perso peso.
Erano passate due settimane e nessuno gli aveva ancora detto nulla.
Lo avevano prima lasciato in isolamento, perché gli hanno detto che era potenzialmente pericoloso.
Un avvocato d’ufficio gli era stato affidato, ma anche lui era stato parco di spiegazioni.
Poi lo spostarono in cella da solo.
Questa era la prima telefonata che riceveva da quando era stato arrestato.
“Pronto?”
“Lupini ma che cazzo è successo?”
Non servivano presentazioni per riconoscere il capitano.
“Capitano, non lo so.”
“Ma puoi farti arrestare in Molise? Ma che cazzo, c’è anche il carcere a Isernia?”
“Lei è la prima telefonata che ricevo da giorni e sono solo insulti.”
“Ascoltami bene. Ti sei messo in un bel casino. Sono riuscito a chiamarti solo perché un paio di amici mi dovevano un favore. Ti ricordi che cazzo è successo quella notte?”
Ci aveva pensato ogni singolo istante.
Ricordava perfettamente la giornata, fino a sera.
La mattina era uscito di casa, era andato in piazza, aveva fatto colazione con Maria cioccolato e Maria crema, aveva pranzato, comprato il giornale e poi era uscito la sera per prendere una birra da bere.
Da quando Leandra era andata via, le sue giornate erano incredibilmente vuote.
Tante volte sarebbe voluto tornare a Roma.
Ora era una di quelle volte.
“Niente di diverso dal normale, capitano.”
“Sei un pirla Lupini. Stai tranquillo, un modo lo troviamo.”
Attaccò.
Anche l’ultimo contatto con il mondo si chiuse in un tu tu tu continuativo.
La guardia lo riportò nella sua cella.
Si poggiò sulla brandina.
Chiuse gli occhi e cercò di pensare.
Finché non vide una donna al bancone del bar.
Capelli lunghi, biondi.
Largo cappello nero.
E la sua voce che chiedeva: “Vuoi da bere?”
Aprì gli occhi e urlò.

CAPITOLO 4

“Questa cosa è anti costituzionale!”
Dall’ingresso principale del carcere una voce leggermente stridula stava cercando di farsi sentire da tutto lo stabile.
“Si calmi, per cortesia, non è il luogo per fare uno show”
“Show? SHOW? Lei non sa chi sono io!”
Cercò nel taschino interno della giacca color vinaccia il suo biglietto da visita.
Purtroppo il gesto non riuscì così plateale, perché non era li quel che cercava.
Sempre sostenendo lo sguardo, fece scivolare l’altra mano nella tasca dei pantaloni, prima avanti e poi dietro, fino a che non trovò l’agognato tesoro.
Poggiò il bigliettino sulla scrivania della guardia e si mise nella sua classica posizione da leinonsachisonoio.
AVV. FERDINANDO PITTILLO
STUDIO PITTILLO & PITTILO
In realtà lo studio era suo e di suo fratello Antonio e il secondo nome era un errore di stampa. Ma visto così potevano sembrare più persone associate e non aveva voglia di stamparne altri.
La guardia girò tra le dita il biglietto e chiese: “Cosa vuole?”
“Voglio parlare con il mio assistito. Il signor… signor…”
“Recluta Francesco Lupini”
Intervenne in soccorso Maria cioccolato che per tutto il tempo era rimasta in un angolo in un misto tra imbarazzo e curiosità.
“Avete la richiesta del procuratore?”
“Certamente, eccola”
Questa volta il foglio arrivò puntuale sulla scrivania.
La guardia lo lesse attentamente, poi fece cenno all’avvocato Pittillo di seguirlo in una stanza.
Maria cioccolato restò seduta.
La stanza era vuota, ad eccezione di due sedie messe una di fronte all’altra.
Dalla porta entrò la recluta Francesco Lupini, stanco, dimagrito ma soprattutto vuoto.
“E lei chi è?”
“Io sono l’avvocato Ferdinando Pittillo e sono qui per tirarla fuori dai guai.”
“E chi l’ha chiamata.”
“È stata Maria”
Una lacrima scese dall’occhio sinistro della recluta Francesco Lupini.
Qualcuno credeva in lui.
Ancora.
“Mi racconti cosa è successo”
“Ho un ultimo ricordo prima del buio totale.”
Disse la recluta Francesco Lupini prendendo posto sulla sedia vuota.
“Una ragazza bionda, con un cappello in testa. Mi ha chiesto di bere. Credevo fosse un modo per approcciare. Ma da quel primo bicchiere ho solo buio fitto.”
“Dove avete bevuto?”
“Ero al pub da Vincenzo, l’unico di Roccamandolfi”
L’avvocato Ferdinando Pittillo scrisse sul suo taccuino il nome del pub e la breve descrizione della ragazza col cappello.
“Niente altro?”
“Non riesco a ricordare nulla, ma il barista ci avrà visto”
“Tranquillo ragazzo, da adesso ci penso io.”
Disse l’avvocato Ferdinando Pittillo, stretto nel suo completo vinaccia.
Prima di uscire si girò e disse:
“Ah, mi ha detto Maria di dirle questa cosa”
Cercò nelle tasche un foglietto.
“Eccolo. Ha detto di dirle che lei ha chiesto sue notizie.”
È così dicendo uscì, lasciando solo ancora una volta la recluta Francesco Lupini.

CAPITOLO 5

L’avvocato Ferdinando Pittillo assomigliava vagamente a Jack Nicholson, compresso in un completo vinaccia con un fazzoletto bianco fuori dal taschino.
Guidava la sua duna color panna con accanto la donna che lo aveva ingaggiato.
“Avvocato, ora che facciamo?”
Disse preoccupata Maria cioccolato.
“Andiamo da Vincenzo, lo avrà sicuramente visto e magari saprà chi è questa misteriosa bionda”.
Il rumore della duna color panna arrivò molto prima di loro.
Parcheggiarono in piazzetta e passarono attraverso gli sguardi di metà paese.
Entrarono al pub, a quell’ora stavano finendo di fare le pulizie, e chiesero chi fosse stato di turno quella sera.
“C’ero io.”
Rispose un giovane ragazzo muscoloso e tatuato.
“Hai visto per caso la recluta Francesco Lupini?”
“Si, è venuto a bere una birra.”
“Ed era solo?”
“Si.”
“Per caso c’era una donna bionda al bancone? Una che gli ha offerto da bere”
“No. Me lo ricorderei. Non c’era tanta gente. È entrato solo, ha bevuto una birra ed è uscito solo.”
“Ma come è possibile?”
“C’è qualche problema?”
Dalla porta sul retro uscì Vincenzo, il proprietario del pub.
“Ciao Vincenzo, stiamo chiedendo un paio di cose per salvare un amico”
“Ciao Maria, lo so bene. Purtroppo io non c’ero quella sera, ma se vuoi possiamo vedere se c’è ancora il registrato della telecamera.”
“Hai una telecamera qui dentro?”
“No, ma è sulla porta di ingresso. Così possiamo vedere chi entra e chi esce”
Andarono sul retro, nell’ufficio di Vincenzo.
C’era un grande scaffale con sopra pile di faldoni sparsi.
“Fatture varie”
Si scusò Vincenzo.
Si sedette davanti al pc e cercò nell’archivio.
Mandò avanti il registrato fino a trovare la recluta Francesco Lupini.
“Eccolo, sta entrando”
Classico vestito di tutti i giorni, stessa faccia un po’ triste.
Mandò avanti veloce.
Dopo un ora eccolo di nuovo uscire.
Da solo.
“Forse ricorda male”
“Forse”
Fece eco Maria cioccolato.
Uscirono sconsolati, chi per un amico chi per un cliente.
Da dietro la finestra il ragazzo del bar fece una telefonata.
“Tutto ok. Ho cambiato il file. Non se ne accorgerà nessuno.”
Chiuse la conversazione e tornò dietro al bancone a lavare o bicchieri.

CAPITOLO 6

La data del processo era stato fissata.
Due settimane per raccogliere prove, altrimenti la vita della recluta Francesco Lupini sarebbe finita tra le mura di un carcere.
Accusato di omicidio.
Di una donna che non conosceva.
“Ho bisogno di elementi in più.”
Disse l’avvocato Ferdinando Pittillo passeggiando per la piccola stanza.
“Le ho detto quel che so. Trovate la ragazza, lei vi dirà di più.”
“Ho visto il video della serata, tu sei entrato da solo e uscito da solo.”
“Non è possibile”
La recluta Francesco Lupini battè i pugni sulla scrivania.
“Non è possibile”
Continuava a ripetere.
“Eravamo al bancone. Abbiamo bevuto. Mi ha regalato un braccialetto di quelli che si portano nei locali per bere gratis. Mi ha detto che così mi sarei ricordato di bere per dimenticare”
L’avvocato Ferdinando Pittillo aprì la sua valigetta.
Tirò fuori una cartellina gialla e ne estrasse una foto ingrandita.
“È lei!”
Urlò la recluta Francesco Lupini.
“È lei, cazzo! L’avete trovata!”
Rise e pianse contemporaneamente.
“Si calmi. Riconosce questa donna come la donna del pub?”
“Si, è lei, non ci sono dubbi. Come l’avete trovata?”
Lentamente l’avvocato Ferdinando Pittillo estrasse una nuova foto.
Nell’immagine c’era il volto della stessa ragazza, questa volta però con gli occhi chiusi, la pelle troppo chiara e senza nessuna traccia di vita.
“È la stessa donna morta in casa sua”
“Cazzo. Non è possibile. Non è possibile.”
Si accasciò sulla scrivania.
Impotente.
Solo.
Pianse disperato, mentre l’avvocato Ferdinando Pittillo uscì dalla stanza.

CAPITOLO 7

Anno 1314
L’ordine dei templari, che per secoli aveva difeso i cristiani in terra Santa e non solo, veniva sciolto per ordine di Filippo il bello.
Ogni templare venne perseguitato, arrestato e torturato fino alla morte.
I templari amministravano anche l’enorme tesoro accumulato negli anni dalla Chiesa.
Quel tesoro faceva gola a tanti, in primis proprio a Filippo il bello.
Quando l’ordine fu sciolto, dalle ceneri delle armature templari uscì una nuova generazione di difensori del bene.
Non potevano agire alla luce del sole, ma dal sole venivano guidati, per portare la pace e il bene ovunque.
Dei templari non presero solo la parte nobile, ma anche i mezzi più rudi: tortura, omicidi, sotterfugi.
Dietro la scusa del fine ultimo, utilizzavano ogni mezzo lecito e non per i loro scopi.
Questo nuovo ordine si chiamava I timorati di Dio, un culto che venerava San Michele.
Nel tempo l’ordine è rimasto sotterraneo ma vivo e forte.
Con agganci giusti e occupando posti importanti, i timorati di Dio conquistarono sempre più potere.
Tra loro si riconoscevano grazie ad un tatuaggio particolare: un serpente verde attorcigliato intorno ad una spada, simbolo di San Michele che sconfigge il diavolo.
Era un ordine maschile, le donne non avevano voce in capitolo, anzi, erano ritenute sottomesse e depositarie del peccato originale. Proprio loro cedettero al serpente cacciando l’uomo dall’eden.
L’uomo doveva ingravidare, la donna solo partorire.
Se uno dell’ordine veniva colpito, tutti dovevano aiutarlo o vendicarlo.
Se qualcuno metteva in discussione l’ordine bisognava allontanarlo o fargli capire chi era al comando.
Se uno dell’ordine era in difficoltà bisognava sostenerlo.

La recluta Francesco Lupini sapeva che il padre era stato uno degli adepti dell’ordine.
Quel che non sapeva era che in realtà Carlo Alberto Lupini era un gran maestro dei timorati di Dio.
Da piccolo sentì dei rumori al piano di sotto.
Stava dormendo.
Si alzò e ancora scalzo aprì la porta dello studio del padre.
Vide un uomo con una lunga tunica bianca, una maschera da serpente in testa e tanti uomini intorno.
Una ragazza, nuda, era sul tavolo coperto da un lenzuolo bianco.
L’uomo con la maschera alzò le braccia parlando una lingua straniera.
Nelle sue mani c’era un pugnale.
Prima che la lama potesse colpire, una mano afferrò il braccio e la bocca del piccolo Francesco Lupini.
La madre fece cenno di tacere, chiuse delicatamente la porta e lo accompagnò via.
“Mamma, che succede?”
“Cosa amore?”
“Chi era quell’uomo con la maschera? E che faceva quella signorina sul tavolo?”
“Ma no amore, hai avuto un brutto sogno sicuramente”
“Ma io.”
“Niente ma! È tardi, fila a letto ora”.

Per tante notti la recluta Francesco Lupini si chiese se fosse stato solo un sogno o no.
Chiuso nella sua cella continuava a chiedersi ora se quella situazione che stava vivendo fosse solo un sogno oppure no.

CAPITOLO 8

C’era qualcosa che non tornava in questa storia e l’avvocato Ferdinando Pittillo lo sapeva.
Aveva cercato informazioni sulla ragazza morta, quella che secondo la recluta Francesco Lupini era stata a bere con lui.
Ma non erano ancora arrivati i risultati.
Le impronte non erano schedate, nessuno aveva chiesto di donne scomparse e negli archivi non c’era traccia di lei.
Un fantasma che non aveva lasciato traccia, ne da viva ne da morta.
La sua unica speranza era il suo amico di sempre Pierpaolo Lesca, un maledetto nerd che lavorava in polizia.
Se non trovava qualcosa lui, non la trovava nessuno.
Oppure, semplicemente quella donna era una prostituta trovata in strada e la recluta Francesco Lupini aveva scaricato su di lei le sue frustrazioni.
Chiuso nel suo studio pensava alla strada migliore da intraprendere.
Bussarono alla porta.
“Avvocato, sono Maria, posso entrare?”
“Prego, venga, venga.”
Le indicò una sedia e la fece accomodare.
“Ci sono novità?”
“Purtroppo ancora nulla, non riesco a capire da dove iniziare”
“Forse dal credere a Lupini”
“Forse”
Si dondolò sulla sedia di pelle, facendo un rumore continuo e costante.
“Cosa sappiamo?”
“Che una donna è stata uccisa, che quella stessa donna qualche ora prima era con la recluta Francesco Lupini, o almeno questo è quello che dice lui”
“Proviamo a crederci. Se così fosse, qualcuno mente”
“Il barista?”
“Forse”
“Ma il video non mente”
“Già”
“Già”
Calò il silenzio nello studio, finché Maria cioccolato disse.
“Eppure…. Andiamo!”
Prese la borsetta e si alzò di scatto dalla sedia.
“Che succede?”
“Venga con me, andiamo da Vincenzo”
Parcheggiarono di corsa al centro della piazzetta.
Per tutto il viaggio Maria cioccolato non aveva detto niente.
“È solo una idea. Un ricordo di sfuggita”
Entrarono nel locale, Vincenzo era seduto al tavolo.
“Vincenzo, scusaci, ma abbiamo bisogno di vedere di nuovo il filmato della telecamera.”
“Che succede?”
“Una idea”
Entrarono nello studio, seguiti dall’occhio del barista.
“Ecco quando entra.”
“Manda avanti…. aspetta…. eccolo, ferma, ferma”
Vincenzo bloccò l’immagine sul volto della recluta Francesco Lupini.
Ma non era il viso quello che voleva vedere Maria cioccolato.
“Lo sapevo. Guarda li”
Indicò il braccio della recluta Francesco Lupini.
E sul braccio c’era un braccialetto che non.C’era all’ingresso.
“Il braccialetto che gli ha dato la ragazza del bancone”
Concluse l’avvocato Ferdinando Pittillo.
“Può mandare avanti piano?”
Vincenzo seguì l’ordine dell’avvocato.
Un paio di fotogrammi più avanti l’immagine della recluta Francesco Lupini sparì per lasciare posto ad un fotogramma nero e poi di nuovo l’immagine della porta vuota.
“Il video è stato modificato”
Disse Vincenzo guardando gli altri due seduti accanto a lui.

CAPITOLO 9

La ragazza prese dallo scaffale uno di quei prodotti già confezionati per la tinta.
Un kit completo usa e getta.
Arrivò a casa e si guardò allo specchio.
Il compito che le avevano assegnato non era facile, ma la sete di vendetta era più forte di ogni ostacolo.
Unì il contenuto delle fialette in una bacinella di plastica, intinse il pennello e lo passò sulle varie ciocche.
Ogni passata decolorava il capello.
Ogni passata toglieva il vecchio e scopriva il nuovo.
Un lato di lei che non credeva di avere.
Un lato forte, deciso e pronto a tutto.
Si specchiò faticando a riconoscersi.
Non si era mai vista bionda.
Prese un vestito scollato, una collana con un ciondolo appeso che finiva direttamente nell’incavo del seno, un po’ di profumo e il suo braccialetto.
Era pronta.
Si incamminò con calma al pub, era ancora presto ma non voleva farsi trovare impreparata.
Aprì la porta.
Dentro c’era un ragazzo pieno di tatuaggi.
Tra i tanti riconobbe il serpente verde attorcigliato ad una spada.
Gli fece cenno con la testa.
Si sedette al bancone e attese.
Dalla porta entrò la recluta Francesco Lupini, sguardo perso, volto stanco.
Il ragazzo al bancone poggiò due bicchieri davanti alla ragazza bionda.
Dalla sua borsetta la ragazza tirò fuori una fialette e ne rovesciò il contenuto in uno dei due bicchieri.
“Hey. Ciao.”
“Dici a me?”
“Si. Sono sola stasera, mi fai compagnia?”
“Veramente…”
“Dai, bevi una cosa con me”
Disse lei cercando di essere più convincente possibile.
Lo faccio solo per te, fratello.
Pensò mentre dava da bere alla recluta Francesco Lupini.

CAPITOLO 10

“Qualcuno ha modificato il video”
Disse l’avvocato Ferdinando Pittillo entrando nella sala dove lo aspettava la recluta Francesco Lupini.
“Quale video? Di che sta parlando?”
L’avvocato Ferdinando Pittillo lo mise al corrente della telecamera a circuito chiuso, del braccialetto al polso e del taglio del video.
“Ma chi può aver creato tutto questo?”
“Qualcuno che la odia”
“Ma non ho mai fatto del male a qualcuno.”
“Evidentemente non è così.”
La recluta Francesco Lupini iniziò a pensare a quello che aveva fatto in vita sua e a chi poteva odiarlo a tal punto da organizzare tutto questo.
“Qualcuno del passato? Una donna? Un caso finito male?”
“Gli amici dell’università non credo siano da contemplare, al massimo posso non avergli passato una risposta ad un esame. Oppure.”
“Cosa?”
“Ho fatto arrestare il prete del paese, don Giulio, perché aveva ucciso un ragazzo, il giovane Sandro Biondini, aveva avuto una relazione con una ragazza con cui ha avuto anche un figlio. E dopo l’arresto questa ragazza è stata per un po’ con me.”
“Beh, direi che dobbiamo rivedere il suo concetto di non ho mai fatto del male a nessuno”
“Ma don Giulio è in carcere. Perché è in carcere, giusto?”
“Non lo so, devo controllare, non sapevo neanche della sua esistenza”
L’avvocato Ferdinando Pittillo scrisse sul suo taccuino il nome.
“E la ragazza come si chiama?”
“Leandra”
Solo dicendo quel nome, la recluta Francesco Lupini si sentì mancare la terra sotto i piedi.
Dopo esser stata rapita da un serial killer, la vita di Leandra non è stata più la stessa.
Restò per un periodo in cura da un medico specializzato poi tornò a casa ma ogni minima cosa la faceva ricadere nel terrore.
Alla fine capì che doveva cambiare tutto, partendo dalla recluta Francesco Lupini.
Andò via, senza dire dove.
Gli lasciò un biglietto.
<Non posso più stare qui. Ma ti penserò sempre.>
Ogni tanto Maria cioccolato gli dava delle informazioni, ma non si lasciava scappare nulla di più.
“Ok, chiederò anche a questa Leandra. Sa dove posso trovarla?”
“Purtroppo no.”
“La cercherò.”
“Quando la trova, le dica che la penso sempre.”
Uscì dalla stanza.
Questa volta la recluta Francesco Lupini aveva un barlume di speranza in più, ma soprattutto aveva il pensiero di poterla rivedere.

CAPITOLO 11

“Devo vedere questa Leandra”
“Lei non c’entra niente in tutto questo”
Maria cioccolato diede le spalle all’avvocato Ferdinando Pittillo, preparando il caffè.
“Magari può darmi qualche informazione in più su don Giulio o su Sandro Biondini”
“Le ho detto che…”
“Lascia stare Maria, ce la faccio”
Leandra entrò nel soggiorno di casa di Maria cioccolato.
Era bellissima come sempre, ma il suo volto e la sua voce erano lontani.
Non sembrava li con loro.
Leggermente spettinata, senza trucco,ma forse per questo ancora più affascinante.
“Leandra?”
Chiese timidamente l’avvocato Ferdinando Pittillo alzandosi in piedi.
“Si”
“Quindi per tutto il tempo è stata qui da lei?”
“Si”
“Ma la prego, non dica niente a Francesco”
“Dobbiamo cercare intanto di farlo uscire”
Calò il silenzio nella stanza.
Il caffè era pronto, questo aiutò a non parlare.
“Crede che don Giulio possa aver fatto tutto questo dal carcere?”
“Ho chiesto ad alcuni amici, è ancora dentro ma non so quanta libertà possa avere per prendere decisioni così grandi. Ma aveva qualcuno vicino che potrebbe aver architettato tutto?”
“La moglie. Maura. Ma si è trasferita a Londra quando è stato arrestato.”
“Portandosi via il piccolo”
Nuovamente Leandra si allontanò, non col corpo ma con l’anima.
Era troppo distante, irraggiungibile.
Il telefono dell’avvocato Ferdinando Pittillo squillò facendo saltare dalla sedia Maria cioccolato.
Sul display il nome che aspettava: Pierpaolo Lesca, l’amico nerd da cui aspettava informazioni sull’omicidio.
“Scusatemi”
Si allontanò dalle signore e restò da solo nel patio di casa.
“Lesca, hai notizie per me?”
“Ovvio, ma che mi dai in cambio?”
“Sei il solito. Che vuoi?”
“Non c’è qualche amica da presentarmi?”
“Se risolviamo questo caso giuro che ti presento la più bella che abbia mai visto”
“Lo dici ogni volta. Ma non hai mai risolto niente”
“Grazie per l’incoraggiamento”
“Di niente”
“Forza, dimmi che hai qualche informazione in più sulla ragazza”
“Di più. Ho il nome”
“Grande! Lo sapevo!”
“Ho intercettato le analisi del dna, non sai quanto ci ho messo, perché…”
“Sticazzi Lesca!”
“Uhh come sei volgare. Mi piace”
“Vuoi dirmi il nome o no?”
“Emma”
“Tutto qui?”
“Non ti piace?
“Speravo in qualcosa in piu”
“Ah. So anche il cognome.”
“Dimmi!”
“Biondini”

CAPITOLO 12

L’avvocato Ferdinando Pittillo barcollò al suono di quel cognome.
La donna morta trovata in camera con la recluta Francesco Lupini era la sorella del giovane Sandro Biondini.
Ma perché accusare lui quando il vero colpevole era stato don Giulio?
Mancava un tassello importante, mancava un motivo per tutta questa messa in scena.
Rientrò in casa, il volto visibilmente scosso.
“Che succede?”
Chiese Maria cioccolato.
“Abbiamo il nome della ragazza morta. Ma non abbiamo il perché”
L’avvocato Ferdinando Pittillo disse il nome della ragazza.
Leandra stava per svenire.
“Non sapevo che il giovane Sandro avesse una sorella”
Pensò ad alta voce Maria cioccolato.
Poi Leandra si sedette e iniziò a parlare.
“In realtà nessuno dei due doveva chiamarsi Biondini. Il signor Biondini era sterile e non poteva avere figli. Tutti lo sapevano giù in paese ma quando hanno detto della nascita di Sandro, nessuno si è fatto troppe domande.
Poi con l’arrivo di Emma l’evidenza fu schioccante.”
“Quale evidenza?”
“Il fatto che la signora Biondini avesse un amante. E che la cosa in qualche modo andasse bene al padron di casa.”
“E si è mai scoperto questo amante?”
“Mai. Girano mille voci, ma nessuna confermata. Appena più adulta Emma fu mandata a studiare in America e da allora non è più tornata.”
“Dicono” disse Maria cioccolato “Che la mamma del giovane Sandro fosse talmente innamorata del figlio che lo partorì dal petto, per questo ha una lunga cicatrice sullo sterno.”
“E come se l’è fatta in verità?”
Chiese l’avvocato Ferdinando Pittillo.
“Nessuno lo ha mai saputo”
“Resta da capire perché prendersela con Francesco”

Dalla tv il cronista locale stava dando un’ultima news.
“Un incendio all’ospedale centrale di Campobasso è esploso poco fa distruggendo un intero reparto. Le cause sono ancora da identificare. Si ipotizza però un guasto all’impianto elettrico. Nell’incendio nessuno è rimasto ferito, ma le celle frigorifere dove sono mantenuti i corpi per le autopsie è andata completamente distrutta. Impossibile recuperare qualcosa. E per oggi è tutti, buona giornata”

CAPITOLO 13

OGGI

L’avvocato Ferdinando Pittillo entrò nel carcere di Campobasso sbattendo la porta e urlando: “Avevo ragione, avevo ragione. Chi aveva ragione qui?”
Dietro di lui una timida Maria cioccolato cercava di minimizzare la situazione.
Spiegarono tutto alla recluta Francesco Lupini.
“La sorella di Sandro Biondini? E perché hanno organizzato tutto questo?”
“Ancora non lo sappiamo, ma questo è un gran colpo, possiamo ribaltare la situazione.”

1983

Il piccolo Francesco Lupini si sveglia nella sua cameretta.
Solo una lucina illumina la stanza.
Orsacchiotto sotto il braccio e ciuccio in bocca inizia a chiamare la mamma.
Nessuno risponde.
Scende dal lettino e cerca qualcuno per farsi riaddormentare.

OGGI

L’uomo con la giacca e la cravatta nera bussò alla porta.
“Avanti”
Il grande studio era arredato con stile e opulenza. Gli enormi quadri erano tutte opere autentiche di Monet, Magritte, Picasso o Rembrandt.
E tra loro un dipinto di una famiglia con il padre seduto al centro, la madre alla sinistra e un bambino alla destra.
“L’incendio ha distrutto il corpo. Ora non possono fare altri test del dna.”
“E il barista?”

IERI

Il barista del pub da Vincenzo si mise la giacca finito il suo turno. I tatuaggi erano coperti dalla maglia lunga.
Salutò e uscì.
Salì sulla moto e si avviò verso casa.
Ma dopo la prima curva capì che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Lo trovarono 70 metri più in basso, nella scarpata che portava in paese.
Guasto ai freni, lo classificarono.

OGGI

“Il ragazzo purtroppo ha avuto un incidente”
“Bravo. Ottimo lavoro.”
L’uomo in giacca e cravatta stava per uscire.
“Aspetta. Prendi”
Gli diede una busta chiusa.
Fece un cenno con la mano e lo mandò via dalla stanza.

1983

Lungo il corridoio di casa tutte le luci sono spente.
Il piccolo Francesco Lupini cammina piano piano per non inciampare.
Sente delle voci.
Forse arrivano dalla stanza in fondo.

OGGI

“Avvocato, questa cosa come può scagionarmi?”
“Ora sappiamo che Emma aveva un collegamento, non abbiamo un motivo ma lo troveremo.”
L’avvocato Ferdinando Pittillo fece un sorriso alla recluta Francesco Lupini.
Lui però non rispose, era solo incredibilmente stanco.
“La fortuna gira dalla nostra. C’è stato un incendio ieri. Il corpo di Emma Biondini è andato distrutto insieme a molto altri. Ma la fortuna è che avevamo già il campione del dna. Bel colpo no?”
“Già”

1983

La luce esce da sotto la porta.
Voci di persone si sentono dalla stanza.
Il piccolo Francesco Lupini apre piano la porta dello studio del padre.
Su quella che normalmente è la scrivania c’è un telo bianco e sopra una donna nuda.
Intorno a lei tanti uomini incappucciati e un uomo in piedi dietro di lei ha una maschera e in mano un pugnale.
L’immagine di lui si confonde con l’enorme quadro alle sue spalle, appena finito di dipingere, con l’immagine di una famiglia felice.
Il pugnale scese mentre si faceva buio sugli occhi del piccolo Francesco Lupini.

OGGI

La polizia fece a sorpresa una nuova ispezione nell’appartamento dove era stata trovata Emma Biondini.
Non si erano accorti, così dissero, di una lettera messa sotto le assi del letto.
Nella lettera c’era una dichiarazione di colpevolezza della ragazza.
“Voglio incolpare la recluta Francesco Lupini perché anche lui è complice nella morte di mio fratello. Don Giulio è in carcere e lui deve fare la stessa fine. Si è comportato via Leandra, ha macchiato la mia famiglia e deve pagare. E per farlo sono anche disposta a sacrificare me stessa.”

IERI

“Pronto”
“Ti prego, basta. Rischi di compromettere tutto.”
“Ho la situazione sotto controllo”
“Te lo chiedo in ginocchio. Poni fine a tutto questo”
“Ho sempre voluto toglierlo dalla mia vita. Ma come vedi torna ancora.”
“Si ma si stanno complicando le cose. È pur sempre tuo figlio”
“NON È MIO FIGLIO.”
Calò il silenzio nelle due case.
“Avevo un figlio. Ora non più”
“Rischi di far scoprire i timorati, di mettere a repentaglio tutto e di buttarmi nei casini.”
Ancora silenzio.
“Lo faccio solo per te, amore mio”
“Grazie. E comunque avevamo due figli. Meravigliosi. So che avevi occhi solo per Sandro. Ma anche Emma ti voleva bene.”
“Lui mi aveva seguito in tutto. Non come quello smidollato. Ha macchiato l’onore della famiglia.”
“Lo so.”
“Me la pagherà”
“Non oggi, amore. Non oggi.”
CLICK

La donna chiuse la conversazione.
Si guardò allo specchio e vide la cicatrice sul petto.
Stava per morire quella sera.
Ma come Isacco non uccise il figlio, così Carlo Maria Lupini non uccise lei.
Si erano conosciuti per caso.
Ma nessuno dei due credeva al destino.
Doveva andare così.
L’amore va oltre ogni confine.

OGGI

La porta principale del carcere si aprì con un suono metallico.
Faceva caldo fuori.
La recluta Francesco Lupini uscì con uno zaino sulla spalla destra.
Il fresco dell’aria, il caldo del sole.
Si fermò come incantato.
E poi la vide.
Poggiata allo specchietto rotto della sua panda verde bottiglia c’era Leandra.
“Ti porto a casa?”
“Non oggi. Portami al mare, ti prego.”

FINE

Share:

Lascia un commento