Esperimento social(e) 2 – Lupini e la croce sul ventre

 

Voglio scrivere una storia social(e).
Ogni 24 ore scriverò un capitolo di un racconto, se arriverò ad un tot di commenti o condivisioni, scriverò il capitolo successivo, altrimenti ricomincerò con una nuova storia.
Sta a voi scegliere se volete sapere come va avanti o no.

CAPITOLO 1

Si guardò allo specchio.
I capelli erano spettinati, il volto stanco ma sorridente.
Nel riflesso, la stanza era ancora più in disordine del normale.
I vestiti erano sparsi per il pavimento, gettati alla rinfusa nell’enfasi del momento.
E le gambe di lei facevano capolino da sotto le lenzuola.
“Mmmm… Che guardi?”
“Te. Sei bellissima.”
Si rigirò nel letto, sorridendo.
La recluta Francesco Lupini prese la camicia e iniziò a vestirsi.
“Piccola, io vado. Ci sentiamo dopo.”
Leandra mugugnò qualcosa e nascose la testa sotto il cuscino.
Erano passati 6 mesi da quando si trovava in Molise e quella vita iniziava a piacergli.

Elena Sofia Antonelli stava facendo il suo allenamento quotidiano.
Ogni giorno lo stesso abbigliamento.
Cuffie nelle orecchie, Foo Fighters a scandire la corsa e fascetta al polso per asciugare il sudore.
Ogni giorno lo stesso percorso.
Ogni giorno lo stesso tempo.
Ma non oggi.
La lama entrò talmente veloce da non lasciare scampo.
Solo gli occhi di Elena Sofia Antonelli si spalancarono, ma più per lo stupore che per il dolore.
E cadendo a terra riuscì solo a pensare che non avrebbe mai più battuto il suo record personale.

CAPITOLO 2

La recluta Francesco Lupini non riusciva ancora a crederci.
La donna più bella che avesse mai incontrato, quella dei suoi sogni da bambino, era nuda nel suo letto.
Ma come era successo?
Dopo aver fatto arrestare don Giulio, la recluta Francesco Lupini rimase ancora qualche giorno a Roccamandolfi, piccolo paese nel cuore del Molise, per completare alcune carte da consegnare al capitano.
Lui, romano da generazioni, si trovava ora trapiantato in una terra di cui ignorava l’esistenza fino a qualche mese prima.
Poi il giorno si fece settimana, e la settimana mese.
E senza neanche accorgersene ne erano già passati 6.
E ad ogni giorno che passava, gli occhi della bella Leandra gli rimanevano sempre di più incastrati in testa.
Un sera un forte acquazzone estivo lo colpì in pieno, impreparato in mezzo alla strada.
Cercò riparo sotto una tettoia, ma era già occupata.
“Vieni Francesco, corri”
Le urlò coperta dai lampi Leandra.
Lui si strinse a lei e lei a lui.
Per lui il cielo si era aperto in una giornata di primavera. Non sentiva ne il freddo né la pioggia.
Ma solo il calore di lei accanto.
“Io domani torno a Roma.”
Abbassò gli occhi.
E poi successe.
Lei si girò e senza preavviso lo baciò.
Non era preparato.
Per poco non scivolava indietro, si dovette sorreggere alla grondaia accanto a lui.
Continuarono a baciarsi sotto la pioggia, fin dentro casa di lei, e su per le scale, lasciando una scia di vestiti e pioggia.
E continuarono così per giorni.
Senza pioggia, però.

Appena aperta la porta di casa, si trovò davanti Maria cioccolato, la signora del bar che lo aveva aiutato in passato.
“Mi deve scusare, ma è urgente”
“Maria, che succede?”
“Dovete venire con me, il dottore chiede di voi”
Il dottor Andrea Carsico era l’unico dottore della zona e si occupava, nei rari casi in cui c’era la necessità, anche di analisi forensi.
“Si, ma cosa è successo?”
“Ve lo spiego strada facendo, avete le chiavi della macchina? Su, andiamo!”
A dispetto degli anni che dimostrava, Maria cioccolato era incredibilmente agile e veloce.
La recluta Francesco Lupini che aveva da poco compiuto trent’anni non riusciva a starle dietro per le scale del vicolo che portavano al parcheggio.
Entrarono in macchina, lui col fiatone, lei fresca come una rosa.
Mise in moto la panda verde bottiglia e si avviò verso l’ospedale del paese.
“Allora, vuol dirmi qualcosa in più?”
“Certamente. Ieri c’è stato un… attento!”
BAM
Lo specchietto sinistro della macchina saltò in aria, distrutto dal muro di un vicolo troppo stretto.
“Adesso non c’è tempo, il dottore la sta aspettando.”
“Ma la mia macchina”
“Su, non faccia il bambino…. Le stavo dicendo. C’è stato un omicidio.”
“E io che c’entro?”
“Non lo so il dottore mi ha detto di chiamarla urgentemente”
Arrivarono al reparto di anatomia dove c’era lo studio del dottor Carsico e scesero dalla macchina.
Mentre la recluta Francesco Lupini contemplava il danno alla macchina, alle sue spalle comparve il dottore.
“Avere fatto presto”
“Per poco non distruggo la,macchina. Che succede?”
“È la seconda questo mese”
“Ma io che c’entro? Non sono di servizio qui”
“Si, ma volevo farti vedere una cosa.”
Entrarono nell’obitorio e sul tavolo c’erano due corpi.
Due giovani ragazze nude, coperte solo da un lenzuolo.
Ma non era questo a far rabbrividire la recluta Francesco Lupini.
Quanto il fatto che fossero identiche a Leandra.

CAPITOLO 3

“Lo hai notato anche tu?”
Chiese ironico il dottor Carsico.
“Per forza, sono identiche.”
I corpi sdraiati sui letti delle due giovani ragazze erano uguali a Leandra, stessi capelli, stessi occhi, forse un pelo meno belle, ma dalla loro aveva il fatto di non potersi più truccare.
“E questo che significa?”
“Non lo so, sei tu il poliziotto, io sono un dottore.”
“Chi sono?”
“Lei l’abbiamo trovata ieri sera, si chiama Elena Sofia Antonelli, la figlia della premiata macelleria Antonelli e figlia. L’altra invece è Marina Zaccarimi, è la nipote di un vecchio pescatore di Vasto. I genitori sono morti anni fa in un incidente stradale.”
“E come sono morte?”
“Stessa sorte, tre colpi di pugnale dietro la schiena. Diretti e precisi, non c’era possibilità di sopravvivere.”
“Quindi è la stessa persona?”
“Si. Senza dubbio.”
“Altre cose particolari?”
“Si, una piccola x incisa con la punta del coltello all’addome”
La recluta Francesco Lupini uscì dalla stanza, fuori ad aspettarlo c’era Maria cioccolato.
“Beh? Che succede?”
“Un gran casino, succede.”

CAPITOLO 4

La recluta Francesco Lupini raccontò per sommi capi a Maria cioccolato cosa aveva appena visto.
Era ancora scosso e non riusciva a ricordare tutti i dettagli. Ma soprattutto non voleva urtare la sensibilità dell’anziana signora.
“Torniamo in paese, qui non abbiamo molto da fare”
Entrarono nella panda verde bottiglia e rimasero per un po’ in silenzio.
“Conosce il macellaio Antonelli?”
“Certo, chi non lo conosce.”
“E secondo lei possiamo fargli qualche domanda?”
“Sarà scosso. Già normalmente è un tipo burbero. Ma tentar non nuoce.”
Sotto le indicazioni di Maria cioccolato arrivarono davanti ad un grande cancello sormontato da due statue di leoni ruggenti.
La casa era isolata, aveva un enorme giardino intorno e un grande patio dove in lontananza si vedeva una figura seduta.
La recluta Francesco Lupini citofonò.
“Andate via!”
E attaccarono.
La partenza non è delle migliori, pensò la recluta Francesco Lupini.
Suonò di nuovo.
“Ho detto di andare via!”
“Signora sono della polizia, può aprirmi?”
“Che volete?”
“Fare un paio di domande”
“Abbiamo già risposto”
E attaccò di nuovo.
La recluta Francesco Lupini stava per desistere.
Ma Maria cioccolato lo fermò con un cenno della mano.
Citofonò.
Disse una cosa a bassa voce.
E il cancello si aprì.
“Come ha fatto?”
“Segreto professionale”
Spinsero il pesante cancello ed entrarono nel giardino di Villa Antonelli.
Sul patio c’era un uomo su una sedia a dondolo.
Era fermo, con lo sguardo perso nel vuoto.
Sulla porta di casa apparve una signora completamente vestita di nero, con uno scialle di pizzo sulla testa.
Salutò Maria cioccolato e non diede minimamente attenzione alla recluta Francesco Lupini.
Fece cenno di entrare.
“Vuoi il caffè?”
“No grazie signora, le rubiamo solo pochi minuti”
“Io l’ho chiesto a Maria.”
Ecco.
“Giulia, lui è Francesco Lupini, un poliziotto”
“E che vuole da noi?”
“Solo chiederti un paio di cose su Elena Sofia”
“Non basta tutto quello che abbiamo passato? Mio marito sta in quella posizione da quando lo ha saputo. Non mangia, non va neanche in bagno. Non basta questo?”
“Signora, stiamo cercando di capire chi possa essere stato”
“Il mostro, ecco chi è stato”
“Quale mostro?”
“È lunga, poi gliela spiego” disse sottovoce Maria cioccolato.
“Va bene, vi do un minuto. Che volete chiedermi?”
In realtà non si era preparato delle domande.
Improvvisò.
“Elena aveva dei nemici?”
“Elena Sofia non aveva nemici! Era una ragazza splendida. Studiava, lavorava, andava a messa e tornava a casa. Era una perla”
“Era fidanzata?”
“Assolutamente no! Lo avrei saputo subito.”
“Ok. E che lavoro faceva?”
“Era nella segreteria del sindaco. Ora basta con questo terzo grado. Devo preparare il pranzo”
Si alzarono e la signora Giulia li accompagnò alla porta.
Il signor Antonelli era sempre lì, fermo immobile come prima.
Una volta usciti dal cancello, Maria cioccolato disse:
“E ora che si fa?”
“È tanto distante Vasto da qui?”

CAPITOLO 6

Nei 107km che li separavano da Vasto, la recluta Francesco Lupini e Maria cioccolato si cambiarono idee e opinioni.
“Che sia un serial killer”
Chiese tra l’impaurito e l’eccitato Maria cioccolato.
“Due donne non fanno un serial killer. E poi a parte la somiglianza dobbiamo trovare altri punti in comune.”
Superarono Bagnoli, Roccavivara, San Salvo e da lì iniziarono a vedere il mare.
“Il Molise ha anche il mare?”
“Mare e montagna, non ci facciamo mancare nulla. Anche se vasto è in Abruzzo”
La recluta Francesco Lupini aveva sempre avuto problemi in geografia.
Arrivarono a Vasto e si diressero verso il lungomare.
“Sappiamo il nome del pescatore?”
“No”
“E quindi come facciamo?”
“Chiediamo”
Maria cioccolato scese dalla macchina e puntò dritta ad un bar con i tavolini fuori.
Dopo qualche minuto uscì.
Si affacciò al finestrino e disse:
“Sanno dove sta”
“Perfetto, andiamo.”
“Ma per dircelo dobbiamo ordinare da bere”
“A me sembra un ricatto”
“Vogliamo capirci qualcosa o restiamo qui a guardare il mare?”
La recluta Francesco Lupini scese dalla macchina e si incamminò verso il bar.
Il bar era fermo agli anni ’70, dentro tutto sapeva di immobile.
Due anziani signori al tavolo stavano giocando a carte, con accanto una ventina di bottiglie di birra.
Ad ogni carta, volava un santo.
Più in là un ragazzo stava sdraiato sul bancone, la faccia coperta dai capelli lunghi, la bocca aperta con un rivolo di bava sopra.
E dietro al bancone un uomo enorme, 150kg per 1,90 di altezza, due enormi baffi disegnavano un manubrio sulla sua bocca.
“Non lo faccia arrabbiare” sussurò Maria cioccolato.
“Non ne ho nessuna intenzione” rispose sotto voce la recluta Francesco Lupini.
“Salve, cercavo informazioni sul pescatore che ha perso la nipote qualche giorno fa.”
Una voce squillante di donna disse.
“Prima si ordina, poi si fanno domande”
La recluta Francesco Lupini non riusciva a capire la provenienza di quella voce.
Poi la capì.
“Beh? C’è qualche problema?”
Dal centro di quei baffi enormi a manubrio uscì la stessa voce squillante da donna.
La recluta Francesco Lupini non riuscì a resistere.
E scoppiò a ridere.
Tutti nel bar si fermarono e si guardarono verso i due stranieri.
Anche il ragazzo addormentato si svegliò minaccioso.
“Fermi tutti sono della polizia” disse la recluta Francesco Lupini indietreggiando.
Ma nessuno prendeva in giro il barista di Vasto.
Stavano per colpirlo tutti insieme quando un uomo entrò nel bar sbattendo la porta.
“Che succede qui?”
Di nuovo tutti fermi.
“Questo signori cercano te”
Disse la voce di donna nel corpo di un armadio.
“E cosa volete?”
“Abbiamo informazioni importanti su sua nipote”
Disse Maria cioccolato facendo un vistoso occhiolino alla recluta Francesco Lupini.
Ci fu una lunga pausa.
“Lasciateli stare, ragazzi, loro vengono via con me.”
All’ordine dell’anziano pescatore il giovane ragazzo tornò a sonnecchiare sul bancone, il barista a pulire i bicchieri e i due signori a bestemmiare liberamente.
E ora che ci inventiamo?
Pensò la recluta Francesco Lupini uscendo da un pericolo ed entrando in un altro.

CAPITOLO 7

Giuseppe Zaccarimi li scortò fino alla banchina dove era ormeggiata la sua piccola barca.
Prese la lunga rete da pesca e iniziò a districare i nodi, seduto su un rialzo di marmo.
“Quindi?”
Chiese nascondendo la curiosità sotto un velo di rughe e sole.
“Ci dispiace molto per sua nipote”
Provò a rompere il ghiaccio la recluta Francesco Lupini.
“Mi ci sbatto del dispiacere. A meno che non siate stati voi.”
“Sono un poliziotto e lei è…. Lei è…”
“Agente speciale Maria”
“Ecco. Volevamo farle qualche domanda”
“Avevate detto che sapevate qualcosa su Marina”
L’anziano Zaccarimi li guardò dritto negli occhi, come a leggerne l’anima.
Non si scherza con chi lotta ogni giorno contro il mare.
“No, non abbiamo informazioni. Le abbiamo mentito. Ma stiamo cercando degli indizi.”
“Non parlo con chi mi prende per il culo”
E si rimise a lavorare sulla rete.
La recluta Francesco Lupini guardò Maria cioccolato senza sapere cosa fare.
“Andiamo via”
Sussurrò Maria cioccolato.
“Sua nipote aspettava un bambino?”
“È voi come lo sapete?”
Già, come lo sapevano?
“Sapeva anche chi fosse il padre?”
“Quel pezzo di merda non si è mai fatto vedere da me. Nell’ultimo periodo Marina era strana, si truccava sempre, usciva la sera. Prima era tutta casa e lavoro. Poi il demonio della frivolezza l’ha colpita. Ho provato a chiederle spiegazioni, ma era come la madre. Se non voleva far sapere una cosa, non c’era verso. E poi una sera non è tornata.
Ho aspettato sveglio tutta la notte.
Ah se le avrei insegnato le buone maniere.
E invece.
Non tornò più.”
Abbassò la testa.
Gli occhi erano rossi di ricordi e pianto.
Maria cioccolato mise una mano sulla spalla della recluta Francesco Lupini e si allontanarono lasciando solo un uomo distrutto.
“Come le è venuto in mente che potesse essere incinta?”
Chiese Maria cioccolato mentre si incamminavano verso la macchina.
“Non lo so, ho collegato quel segno sul ventre. Magari come una X o una croce. È la prima cosa che mi è venuta in mente.”
“Dovremmo chiedere anche agli Antonelli.”
“Non credo che ci diranno più nulla”
“Allora l’unico con cui parlare è Bruno”
“E chi è Bruno?”
“Il sindaco di Roccamandolfi”

CAPITOLO 8

Basta.
La storia che da lunedì mi metto a dieta è durata fin troppo.
È ora di rimettersi in forma.
Si guardò allo specchio.
Era bella.
Ma si sentiva grassa.
Non riusciva a star bene con se stessa.
Andò in camera, prese una vecchia maglia larga, una fascia per il seno e la tuta nera.
Si mise le scarpe da ginnastica e uscì.
Il sole stava calando, il momento ideale per scorrere.

Aveva bisogno.
Sentiva la necessità di uscire.
Per cercare da mangiare.
Quando era così, la bestia usciva e prendeva il suo corpo.
Dal cassetto prese il coltello e uscì.

Si guardava intorno, tutti correvano e si tenevano in forma, lei era un sacco che correva.
Aveva paura che tutti la stessero prendendo in giro.
Non aveva voglia di stare tra la gente.
Girò in una stradina secondaria.
Così era più comoda, poteva smetterla di pensare agli altri, solo a se stessa.
Il ritmo del cuore, il respiro, il sudore.
Cuore, fiato, acqua.
Fiato, cuore, sudore.
Acqua, cuore, sangue.
Senza fiato.
Senza cuore.
Solo sangue.

Il vecchio telefono della recluta Francesco Lupini squillò.
“Pronto?”
“Ne abbiamo trovata un’altra.”

CAPITOLO 9

Nella panda verde bottiglia faceva ancora caldo, pur essendo quasi novembre.
Ma il freddo che sentirono dopo quella telefonata li fece rabbrividire.
La recluta Francesco Lupini aveva appena raccontato a Maria cioccolato del terzo corpo.
La macchina procedeva da sola, procedendo lentamente verso l’unica strada in salita che portava a Roccamandolfi.
Un furgoncino suonò più volte, accendendo ripetutamente gli abbaglianti, cercando di superare la panda verde bottiglia, ma il percorso era troppo stretto per tutti e due.
La recluta Francesco Lupini accostò leggermente e fece passare l’uomo che aveva evidentemente fretta.
Sul lato del furgoncino c’era scritto: Fave, lupini e frutta secca – Solo il meglio per voi.
“Saranno per la festa”
Disse distrattamente Maria cioccolato.
“Che festa?”
“Stasera c’è la festa del paese, in piazza ci sono bancarelle, dolci e giochi vari.”
“Non ho molta voglia di giocare”.
Arrivarono all’ingresso del paese e un uomo al centro della carreggiata stava smistando le macchine a seconda della loro utilità per la festa.
Chi doveva allestire a destra, chi doveva andare a casa a sinistra, chi voleva entrare a vedere la festa doveva aspettare.
La recluta Francesco Lupini girò a sinistra e tagliò per una stradina secondaria per evitare le altre macchine.
Dovette fare due giri per cercare un parcheggio, roba da matti pensò.
Mai vista una cosa del genere.
“E’ un momento di aggregazione molto forte. In questo periodo tutti i paesi sono in festa. Perchè non venite con Leandra?”
Giusto, si era completamente dimenticato di Leandra.
L’aveva lasciata la mattina a casa, fuggendo come un ladro per andare al mare e tornare in serata.
“Mi scusi, devo scappare”.
Fece le scale a coppia, pensando già alle scuse da dover dire.
Invece Leandra lo stava semplicemente aspettando poggiata sulla sedia a dondolo.
“Ciao tu.”
“Hey, bentornato. Pensavo ti avessero rapito.”
“Scusami, ho avuto una giornata impossibile.”
“Shhh.”
Lo bacio.
E tutto tornò al suo ritmo naturale.
Una bolla di infinito dove i problemi non esistevano, dove tutto era semplicemente bello.
“Andiamo alla festa?”
“Si”
Non voleva vedere un altro morto, voleva vivere.
Avrebbe chiamato il dottore, ci sarebbe andato domani.
Ci avrebbe pensato una volta fuori dalla bolla.
Ora no.
Ora voleva vivere.
Scesero le scale del vicolo e si trovarono nella piazzetta sottostante.
La chiamavano piazzetta, quando invece era la piazza più grande.
Mistero della fede.
“Guarda, Pasquale’s”
“Chi?”
Leandra corse verso un vecchio furgoncino rosso e bianco, un po’ sbiadito, circondato di bambini.
Sopra capeggiava una grande scritta: DA PASQUALE’S – GELATO ARTIGIANALE.
Un anziano signore, barba lunga e occhiali da vista, era dietro al bancone e serviva un solo tipo di gelato, una composta bianca disposta su un cono biscotto.
Sopra a scelta un gusto di simil sciroppo denso.
Eppure i bambini impazzivano.
E non solo i bambini.
Lendra era in fila e sorrideva.
E la recluta Francesco Lupini non aveva altro per la mente.

CAPITOLO 10

La notte passò veloce.
La mattina, con i suoi problemi fece capolino dalla finestra della camera della recluta Francesco Lupini.
Leandra dormiva, lui doveva uscire.
Aveva rimandato l’appuntamento con il dottor Carsico, ora era arrivato il momento.
Parcheggiò sul parcheggio di ghiaia dell’ospedale e si diresse nell’ufficio del dottor Carsico.
Lo trovò dietro la scrivania, sommerso da carte e fogli.
“E così siamo a tre”
“Stessa mano?”
Fece cenno di si con la testa.
“Impronte?”
Fece cenno di no con la testa.
“Anche qui una X sul ventre.”
Aggiunse il dottor Carsico.
“Anche le altre erano incinta?”
“Che ne sai?”
“Intuizione”
“Si, erano incinta, anche se da poco.”
“Dove è stata trovata?”
“Lultima vicino Agnone. La prima sulla strada sterrata di Monteroduni, la seconda qui a Roccamandolfi.”
“Altre connessioni?”
“A parte la somiglianza e la gravidanza, niente.”
“Oggi devo parlare con il sindaco, una delle ragazze lavorava per lui”
La recluta Francesco Lupini uscì dalla stanza con ancora più dubbi di quando era entrato.
Si avviò verso il municipio e sulle scale di ingresso trovò Maria cioccolato ad aspettarlo.
“Da quanto è qui?”
“Stamattina. Aspettavo per entrare.”
Bruno Cantoni, sindaco di Roccamandolfi era un uomo basso e grasso, con un grosso sigaro perennemente acceso tra le labbra, il che gli creava intorno una costante nuvola di fumo denso.
La giacca era sporca di caffè e la camicia aperta sul petto.
“Non sentite caldo anche voi?”
Tossì fragorosamente chiedendo con un cenno alla sua segretaria di aprire la finestra.
La segretaria era una bellissima ragazza, poco più che ventenne, bionda e slanciata, con un vestito troppo corto per un luogo del genere.
Mentre usciva, il sindaco Bruno Cantoni la osservò attentamente, perdendosi in mille pensieri.
“Signor sindaco, vorremmo farle delle domande sulla sua ex segreteria.”
“Elena Sofia. Gran bella ragazza”
“Si. Ma aveva notato niente di strano ultimamente? Aveva nemici?”
“Ma no, anzi, era una ragazza tutta composta e posata. Niente fronzoli per la testa, non so se capisce cosa intendo”
Rise sguaiato, tossendo fragorosamente.
La recluta Francesco Lupini si irrigidì ma Maria cioccolato lo fermò toccandogli leggermente il braccio.
La segretaria rientrò con dei fascicoli in mano, li mise sulla scrivania del sindaco e fece per uscire.
“Sapeva che era incinta?”
Ci fu un attimo di silenzio.
La segretaria si fermò, fece un colpo di tosse e uscì di corsa.
Il sindaco accennò un movimento ma subito si fermò.
“No, non lo sapevo. Ora se non avete altre domande, ho molto da lavorare.”
Li congedò indicando la porta senza alzarsi.
La recluta Francesco Lupini e Maria cioccolato uscirono senza salutare.
“Sta chiaramente mentendo, vero?”
“Ovvio”
“Andiamo al bar, ho bisogno di un cornetto.”
Disse Maria cioccolato incamminandosi.
Dietro di loro, a qualche passo di distanza, qualcuno lo stava seguendo di nascosto.

CAPITOLO 11

Si sedettero al bar, la recluta Francesco Lupini ordinò un caffè doppio, Maria ovviamente un cornetto al cioccolato.
“Da dove si comincia?”
“Non lo so, siamo in alto mare. L’unica cosa che sappiamo è che c’è una persona che uccide donne more, magre e le marchia con una X”
“E incinta”
“Questo non lo sappiamo con certezza.”
“Scusatemi”
Lo spavento sul volto della recluta Francesco Lupini fu talmente evidente che la ragazza si scusò nuovamente.
“Non volevo spaventarvi”
La segretaria del sindaco era li davanti a loro, bella e imbarazzata.
“Sedetevi”
Disse Maria cioccolato spostando una sedia.
“Non dovrei neanche essere qui. Spero che nessuno mi veda.”
E rimase in piedi.
“Che succede?”
Chiese la recluta Francesco Lupini.
“Vi ho seguiti perché dovevo dirvi una cosa.”
“Sentiamo”
“Il sindaco non vi ha detto tutto”
Un minimo cenno di intesa tra Maria cioccolato e la recluta Francesco Lupini fu l’unica reazione alla frase della segretaria.
“Su cosa?”
“Elena Sofia era incinta. E il sindaco lo sapeva bene”
“Inutile chiedere il perché?”
“Già.”
La segretaria abbassò la testa arrossendo visibilmente.
“Anche con lei?”
“Oh no. No no.”
Indietreggiò mettendo avanti le mani.
“Ci ha provato. Tanto. Ma sono stata molto onesta. Il problema è che Elena Sofia voleva tenere il posto. Lui ha insistito. Tanto….”
“L’ha violentata?”
Un pianto violento colpì di colpo la ragazza.
Strinse le mani sul viso e si chiuse su se stessa.
Un calcio colpì lo stinco della recluta Francesco Lupini e Maria cioccolato lo guardò con uno sguardo di odio.
“Scusalo, non voleva”
“Si. Si. L’ha presa di forza. Me l’ha raccontato prima di sparire. Mi ha detto che aveva fatto il test. Scusate, ora devo andare.”
Andò via di corsa, stringendo le mani alla vita.
“Che stronzo.”
“Maria!”
“Eh, lo so. Ma è così.”
“Io devo andare a casa, oggi pomeriggio voglio passare dal dottor Carsico. Ci vediamo dopo”
Si salutarono e la recluta Francesco Lupini scese le scale del vicolo per arrivare a casa.
La porta era socchiusa.
Leandra evidentemente lo aveva sentito arrivare.
“Hey”
Chiamò la recluta Francesco Lupini affacciandosi a casa.
Nessuna risposta.
Forse stava dormendo.
Andò in camera.
Niente.
Scese in cucina.
Ma trovò solo la tovaglia a terra.
Bicchieri e piatti rotti.
E una scia di sangue che conduceva alla porta finestra del giardino.

CAPITOLO 12

La recluta Francesco Lupini si dovette poggiare al tavolo della cucina, la testa iniziò a girare e il mondo sembrava una scatola incredibilmente piccola.
Non voleva crederci, non poteva essere possibile.
Ma gli indizi erano chiari.
Leandra.
Colpita.
Portata via.
Doveva pensare, pensare in fretta.
Prese il telefono e contatto immediatamente il dottor Corsico.
“L’hanno rapita”
“Chi? Di cosa stai parlando?”
“Leandra. L’hanno rapita.”
“Come fai a saperlo?”
“A terra c’è sangue. Ci sono tracce di lotta”
“Vengo li, aspettami in piazza.Sono già in macchina.”
Uscì, per prendere aria, per capire se poteva ancora respirare. Si guardo intorno, le tracce di sangue finivano lungo il vicolo, evidentemente era stata caricata in una macchina.
A terra, tracce di pneumatici neri, forse una sgommata per partire di corsa.
La recluta Francesco Lupini corse in piazza sperando nella presenza di Maria cioccolato. La trovo ancora intenta a mangiare il suo cornetto.
“Hanno rapito Leandra”
Le raccontò i fatti, quel poco che sapeva.
Gli occhi chiedevano pietà al mondo, il cuore era già fermo da quando aveva aperto la porta.
Arrivò di corsa il dottor Carsico, li trovò in piedi al centro della piazza.
Corsero verso casa a controllare se qualche indizio poteva essere sfuggito.
Presero la macchina e come ubriachi disperati vagarono senza meta.
I cartelloni delle feste facevano a pugni con le emozioni nel cuore dei tre.
In macchina il silenzio era talmente rumoroso da far male alle orecchie.
“Fermati!”
Urlò la recluta Francesco Lupini.
La macchina inchiodò, sotto le urla e degli altri automobilisti.
“Che succede?”
Ma ormai la recluta Francesco Lupini non poteva più sentire.
Si gettò fuori dalla macchina e corse indietro rispetto al senso di marcia.
Il dottor Carsico lo affiancò.
Stava guardando in alto.
Un grosso cartello con scritto: sagra dello sciarone.
“Hai fame?”
Chiese il dottor Carsico.
“Guarda dove si svolge”
Ci vollero alcuni secondi.
Poi il dottor Carsico capì.
“Agnone… Monteroduni… Roccamandolfi…”
“Ogni sera, una donna. E una morte.”

CAPITOLO 13

Forse era una casualità.
Ma era l’unica casualità che avevano a disposizione.
Tre donne uccise.
Tre tappe di una sagra.
Un filo unico di sangue.
“Stasera sono a Boiano.”
Disse la recluta Francesco Lupini.
“Dove fanno la mozzarella.”
Disse il dottor Carsico.
“Ma ti sembra il momento?”
Lo riprese Maria cioccolato.
Salirono in macchina, partendo di corsa.
La recluta Francesco Lupini era al volante, il dottor Carsico alla sua destra, Maria cioccolato dietro.
“Chissà se è già morta”
Uno schiaffo da dietro colpì il collo del dottor Carsico.
“Lo so. Non è morta. Lo so”
Continuava a ripetere sottovoce la recluta Francesco Lupini.

Legata mani e piedi, nastro adesivo grigio sulla bocca.
Occhi chiusi.
Sangue a terra.
Un odore forte nell’aria.
Fuori voci di vita.

Una lunga fila bloccava l’ingresso al paese.
Il clacson della panda verde bottiglia suonò senza sosta.
Fino a che la recluta Francesco Lupini decise di scendere e di lasciare la macchina li in mezzo alla strada.
Corse contro il tempo, contro la morte.
“Lo so. Non è morta. Lo so”
Arrivò al centro della piazza, intorno mille luci, mille persone, mille bancarelle.
Tutte persone diverse, tutti sguardi nuovi.
Poi un suono.
Una luce.
Un odore.
Urlò il suo nome.

Da terra, si sentì chiamata.
Aprì gli occhi.
E pianse.
“Non provare a chiamare il tuo fidanzatino, non rovinarmi il gioco”
E la porta si chiuse dietro di lei.

Suoni, luci, rumori.
Tutto troppo intenso, tutto incredibilmente fastidioso.
“Dividiamoci. Cerchiamo di ricordare quali bancarelle abbiamo già visto l’altro giorno e quali sono nuove”
Disse la recluta Francesco Lupini indicando gli altri due.
“Non ho questa memoria”
Rispose il dottor Carsico.
“Fa uno sforzo!”
E si divisero.
Banco dei lupini.
Bancarella con sciaroni e mozzarella.
Gelato artigianale.
Stracciata e buttata.
“Aspetta. Pasquale’s c’era sicuramente.”
Corse all’inizio della via, dove ricordava di aver visto le luci colorate e l’odore di crema.
Forse lui poteva ricordarsi delle altre bancarelle.
Potevano insieme fare un elenco di chi c’era sempre e chi era nuovo.
Puntò dritto alla fila dei bambini davanti a se.
Riconobbe l’anziano signore dietro il banco.
E gli sembrò di essere stato riconosciuto a sua volta.
Impossibile, pensò la recluta Francesco Lupini, con tutta la gente che vede, come fa a ricordarsi di me?
Ma più correva verso di lui, più il volto dell’anziano signore cambiava.
La recluta Francesco Lupini agitò le mani come a dire aspetta voglio chiederti una cosa.
Ma l’anziano signore disse solo: “cazzo” e uscì di corsa dal furgoncino.
La recluta Francesco Lupini non capì cosa stava succedendo, ma ormai era in corsa e non voleva fermarsi.
Perché stava scappando? Da chi?
Il signore era si anziano, ma non così tanto da farsi prendere.
Oppure era la stessa recluta Francesco Lupini a non essere più in forma.
Fatto sta che dopo poco lo perse.
Aveva il fiatone e le lacrime agli occhi.
Chiamò al telefono il dottor Carsico.
“Pasquale’s….corre… No fiato”
“Cosa?”
“Vai… al furgone dei gelati…. controlla li dentro…”
E mentre cercava di riprendere fiato, qualcosa di verde gli passo accanto a tutta velocità.
“Ma la mia macchina… dove l’avete messa?”
“L’abbiamo lasciata da una parte. Tu sei scappato.”
“E le chiavi?”
“Le abbiamo lasciare dentro. Qui siamo in un paesino, chi vuoi che rubi una vecchia panda verde bottiglia?”
“Un assassino.”
Attaccò e corse dietro alla sua panda verde bottiglia come se fosse in gioco la sua stessa vita.
Il vecchio signore continuava a guardare nello specchietto retrovisore, ormai lo aveva seminato, poteva rallentare per non andare a sbattere da qualche parte.
Quella macchina era più vecchia di lui.
Ma appena fermato, sentì aprirsi la portiera alla sua destra.
“Sorpresa stronzo”
E un pugno lo fece svenire sul clacson.

CAPITOLO 14

L’anziano signore che rispondeva al nome di Pasquale Santori si svegliò su una sedia al commissariato di polizia di Boiano.
Dall’altra parte della porta c’era una infreddolita e infagottata Leandra che continuava a piangere sulla spalla della recluta Francesco Lupini e a dire:”si, è lui…”.
La recluta Francesco Lupini e il poliziotto di guardia entrarono nella stanza.
Pasquale Santori si massaggiò il mento.
“Lei è accusato di tre omicidi e del rapimento della giovane qui fuori che l’ha riconosciuta. Come si dichiara?”
“Si. Sono stato io. Vi prego, fermatemi. Non ce la faccio più. È un’ossessione. Le vedo. Tutte uguali. Tutte mie. Come i bambini che vogliono il gelato, io le volevo tutte per me. Ma quando poi le vedevo morte a terra, allora mi svegliavo e tentavo di costituirmi. Ma non ce la facevo.”
“Perché quei segni sull’inguine?”
“Non le svegliavo a caso. Erano le mie bambole. Poi ho scoperto che una di loro era incinta. E questo mi ha spinto a cercarne altre. Belle, more e incinta. Poi me segnavo, così tutti sapevano che erano mie. Loro e il loro contenuto.”
La recluta Francesco Lupini non riusciva a trattenere la rabbia.
“E perché l’ultima non l’hai uccisa?”
“Perché era come la volevo. Ma non era incinta. E allora…”
A queste parole la recluta Francesco Lupini scavalcò il tavolo che li divideva e colpì ripetutamente l’anziano Pasquale Santori.
Il poliziotto di guardia lo fermò a fatica e lo fece uscire dalla stanza.
Ad aspettarlo c’erano il dottor Carsico e Maria cioccolato.
“Leandra è all’ospedale. Niente di grave ma deve stare sotto osservazione.”
“L’ha toccata?”
“No, ci ha raccontato che non ha avuto il tempo per farle male.”
“Ma come ha fatto a non vederti arrivare?”
Chiese Maria cioccolato per spostare l’attenzione da Leandra?
“Ti ricordi il vicolo troppo stretto? Mi sono tenuto dalla parte senza specchietto, da li non si vede praticamente nulla.”
“Vedi che alla fine anche gli incidenti piccoli non capitano per caso?”
Sorrisero piano.
Stanchi.
Svuotati.
Ma vivi e insieme.

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