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Non vuoi più giocare?

Passo distratto leggendo sul cellulare.
Sento il rumore in sottofondo di una nenia.
Una vecchia giostra ferma, che ha ancora una o due lucine attive in basso.
Un cavallo, una macchina, una moto e un coniglio.
Un bambino sale sul cavallo.
Capelli lunghi a caschetto.
Faccia rotonda.
Mi guarda e mi pianta gli occhi verdi/marroni nei miei.
Mi guardo intorno e non c’è nessuno con lui.
Cerco una moneta ma no ce l’ho.
Faccio un cenno come un “mi dispiace”, alzando le spalle e mostrando le mani aperte.
Lui continua a guardarmi.
Come a dire: che ci faccio del mi dispiace? Io voglio giocare.
Mi sento in colpa.
E intorno a me non c’è nessuno.
Vuoto.
Non ci sono palazzi, non ci sono macchine.
Solo noi.
La giostra.
E i nostri occhi verdi/marroni.
Uguali.
Ma i miei più stanchi dei suoi.
Mi dice: non vuoi più giocare?
Gli dico: non ho soldi.
Mi dice: non sai neanche quanto serve.
Gli dico: ormai sono troppo grande.
Metto una mano in tasca.
E poi un colpo in pieno petto.
La spinta della signora mi colpisce più di una bastonata.
Oddio, mi scusi, non l’ho vista – dice lei.
E tornano i palazzi, tornano le macchine.
I suoni, le persone, i rumori, gli odori.
Ma non c’è più la giostra.
Non c’è più il bambino.
La signora si allontana.
Io resto li, con il cellulare in mano.
La mano in tasca.
E dentro la tasca un gettone delle giostre.
Quando ho smesso di giocare?
Quando sono entrate le scuse?
Non ho soldi.
Sono troppo grande.
Basta giocare.
E il bambino dentro me si sente sempre un po’ più solo.
Con quella faccia tonda.
E gli occhi verdi/marroni.
Che mi chiede: non vuoi più giocare?

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