Un (primo) piccolo passo

Ancora?
Un altro sito di un altro perfetto sconosciuto?
Ebbene si, voglio farmi del male (e un pò farne anche a voi).
Voglio raccogliere tutto quello che faccio in un unico punto, dove scrivere i miei racconti, postare le mie idee e realizzare i sogni.
Come posso realizzare un sogno?
Non aspettando in ginocchio, ma lavorando, muovendosi e andando.
Dove non si sa.
Ma intanto inizio ad andare.
E io sto andando, un pò a zigzag ma questo è il primo passo.
Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per Papo.
corriere della sera

Sbatti l’impro in prima pagina

E sono uscito su Repubblica!

Un mio video che parla di come rispondere agli operatori del call center (per non farsi mai più richiamare) è stato postato in home sul sito repubblica.it e poi palleggiato tra dagospia e radio capital.

Questo il video

Se avete altri modi, scriveteli nei commenti 🙂

specchio-di-recupero-e1348063635935-510x338

L’uomo senza testa

E’ assurdo.
Non siamo progettati per vederci.
Se ci pensi un attimo, è così.
Possiamo guardare buona parte del nostro corpo da soli, alcuni più snodati di altri.
Ma non possiamo vederci in viso.
Non sappiamo come siamo fatti veramente.
Assurdo.
Per farlo, dobbiamo passare attraverso un filtro.
Uno specchio.
Una foto.
Gli occhi di qualcuno.
Ma sono sempre falsati.
Non mi vedrò mai, come mi vedo io.
Dovrò per forza fidarmi.
Dell’amico che mi dice che sto bene così.
Della persona che mi ama che mi dice che sono bellissimo.
Dello specchio che con la luce diversa aggiusta o distrugge.
Ma io chi sono veramente?
Chi c’è sul mio viso?
Assurdo.

luna-park-scrittura

Non vuoi più giocare?

Passo distratto leggendo sul cellulare.
Sento il rumore in sottofondo di una nenia.
Una vecchia giostra ferma, che ha ancora una o due lucine attive in basso.
Un cavallo, una macchina, una moto e un coniglio.
Un bambino sale sul cavallo.
Capelli lunghi a caschetto.
Faccia rotonda.
Mi guarda e mi pianta gli occhi verdi/marroni nei miei.
Mi guardo intorno e non c’è nessuno con lui.
Cerco una moneta ma no ce l’ho.
Faccio un cenno come un “mi dispiace”, alzando le spalle e mostrando le mani aperte.
Lui continua a guardarmi.
Come a dire: che ci faccio del mi dispiace? Io voglio giocare.
Mi sento in colpa.
E intorno a me non c’è nessuno.
Vuoto.
Non ci sono palazzi, non ci sono macchine.
Solo noi.
La giostra.
E i nostri occhi verdi/marroni.
Uguali.
Ma i miei più stanchi dei suoi.
Mi dice: non vuoi più giocare?
Gli dico: non ho soldi.
Mi dice: non sai neanche quanto serve.
Gli dico: ormai sono troppo grande.
Metto una mano in tasca.
E poi un colpo in pieno petto.
La spinta della signora mi colpisce più di una bastonata.
Oddio, mi scusi, non l’ho vista – dice lei.
E tornano i palazzi, tornano le macchine.
I suoni, le persone, i rumori, gli odori.
Ma non c’è più la giostra.
Non c’è più il bambino.
La signora si allontana.
Io resto li, con il cellulare in mano.
La mano in tasca.
E dentro la tasca un gettone delle giostre.
Quando ho smesso di giocare?
Quando sono entrate le scuse?
Non ho soldi.
Sono troppo grande.
Basta giocare.
E il bambino dentro me si sente sempre un po’ più solo.
Con quella faccia tonda.
E gli occhi verdi/marroni.
Che mi chiede: non vuoi più giocare?